La mattina di quel giorno, partendo da T***, entrai, per caso, in un vagone, dove non c'era che una signora, seduta dalla parte opposta all'entrata, col viso rivolto fuori. Sentendomi entrare, si voltò, mi diede un'occhiata, e riprese l'atteggiamento di prima. Era una signora sui quarant'anni, pallida, sottile, un po' accasciata della persona, e vestita con quella trascuratezza signorile, che rivela più l'abitudine che lo studio dell'eleganza. Il treno partì senza che entrasse nessun altro.

Mentre io stava aspettando che si voltasse per vederla meglio, essa fece un gesto colla mano per aggiustarsi i capelli; un gesto che, sul primo momento, mi colpì; e un momento dopo, pensandoci, mi destò una lontana reminiscenza insieme a un sentimento di grata meraviglia. Avevo una canna fra le mani, la lasciai cadere; essa si voltò — la vidi in viso — e il cuore mi diede un balzo. Non m'ero ingannato, era lei. Essendosi accorta che avevo mostrato di conoscerla, da quel momento in poi si voltò di tratto in tratto a guardarmi, come se aspettasse che io le dirigessi la parola; e così potei vederla bene e finire di riconoscerla.

Dio del cielo! Io non avrei mai creduto che un viso umano potesse in così breve tempo cangiarsi tanto. È vero che non l'avevo più vista da quattordici anni; ma a quel tempo — me ne ricordo — essa aveva vent'anni al più; era fresca, florida, splendida; era una delle più belle signore della piccola città di G. che io pure abitavo; ed ora, poco più che trentenne, pareva invecchiata non di quattordici, ma quasi di trent'anni. Appena si riconosceva, piuttosto che ai lineamenti, a una certa espressione del suo sguardo dolce insieme e triste, che pareva il presentimento d'una vita sfortunata, ed era la sua più cara attrattiva. S'era fatta smorta, aveva qualche ruga sulla fronte, qualche capello bianco sulle tempie, e le mani smunte e color di cera. Che cosa era seguíto nella sua vita? Io non ne sapevo, e non ne so ancora che assai poco e in confuso. Prima dei diciott'anni era rimasta vedova, e due anni dopo s'era rimaritata. E fu appunto in quel tempo, quando colui che fu poi il suo secondo marito, le faceva la corte, che io la conobbi — nient'altro che di vista — e da lontano. Seppi poi che il suo secondo marito era un uomo disordinato e violento, e ch'essa menava una vita assai triste; ma ero lontanissimo dal pensare che potesse aver sofferto tanto da trasfigurarsi in quella maniera. Ora su quel viso si leggeva una lunga storia di disinganni, di sagrifizî, di torture. Pace, bellezza, gioventù, tutto se n'era andato. Erano stati quattordici anni di distruzione. Non le rimaneva più che quello che non si può perdere: la grazia, e quella dignità tranquilla e soave che viene dalla vita onesta, dalla rassegnazione, e dall'abitudine dei sentimenti gentili.

Passata la prima meraviglia e il primo senso di tristezza, pare che tutto avrebbe dovuto finir lì. Ma per me c'era una ragione che mi faceva sentire con più amarezza il suo cambiamento, che mi destava per lei un sentimento di viva pietà, una sollecitudine gentile, qualche cosa a cui non so trovare un nome, ma che mi metteva il desiderio di coprir di baci quella povera mano consunta; il desiderio, che so io? che un assassino ci assalisse, e che difendendola, mi toccasse una pugnalata — non dico nel petto — ma almeno in un braccio o in una mano, tanto da poter dire d'aver versato un po' di sangue per lei. Non potevo staccar gli occhi dal suo viso. Quando incontravo il suo sguardo mi veniva il suo nome sulle labbra. Stropicciavo le mani, ero inquieto; avevo bisogno di parlarle, e non osavo. Essa finì per accorgersi della mia inquietudine e ne parve meravigliata e intimorita. Allora, vedendo che non m'era più possibile tacere, perchè dovevo, se non altro, giustificare il mio contegno, mi feci coraggio e le domandai timidamente:

— Perdoni.... Lei è la signora ***? e dissi il nome del suo secondo marito.

La mia timidità, e il fatto che io sapessi il suo nome, la rassicurarono completamente. Mi rispose di sì e stette a guardarmi con molta curiosità.

— Glie l'ho domandato — soggiunsi — perchè non ne ero ben certo.... Erano quattordici anni che non avevo la fortuna di vederla.

Arrossì, pensando certo al gran cambiamento che dovevo aver notato in lei, e mi guardò attentamente come per cercare di riconoscermi e dirmi nello stesso tempo che non mi riconosceva.

— Lei non può sapere chi sono nè ricordarsi d'avermi veduto. Io non ho mai avuto l'onore di parlarle. La conoscevo di vista, nella città di G., nell'anno 1860. Io avevo quattordici anni, andavo ancora a scuola. Lei era vedova. La sua casa aveva il portone in via degli Olmi, ma lei entrava sempre per la porticina della strada accanto. Lei andava al teatro tutte le sere, nel palco numero nove, prim'ordine, a destra. Portava sovente un vestito di seta lilla. La sera del primo dell'anno le cadde un braccialetto in platea. Aveva un ventaglio tutto d'avorio e teneva per abitudine la mano destra fuori del palchetto.

La signora rimase meravigliata, stette un po' pensando, e poi esclamò sorridendo: — È vero!... Ma come mai si può ricordare di tutte queste cose?