— Vuol che glielo dica francamente? — domandai.
— Lo dica pure, — rispose, guardandomi con grande curiosità.
— E mi promette prima di credere che qualunque cosa io dica, non dirò una sola parola che non si accordi col profondo rispetto dovuto a una signora come lei?
Mi guardò un momento con stupore, e poi rispose titubando: — .... Non ne potrei dubitare. Ma di che si tratta dunque?
— Animo.... Bisogna pur dirlo. Lei è stata la prima donna che io ho amata in vita mia. — È detto.
Arrossì, si mise a ridere, e dopo avermi guardato attentamente, rispose: — Non è possibile.
— Non è possibile? — io dissi. — È tanto possibile che è vero come il sole, cara signora. Mi faccia la grazia d'ascoltare. Mi ricordo ogni cosa come se fosse ieri. L'avevo vista le prime volte al teatro, e m'ero fatto abbonare da mio padre, unicamente per vederla, e mi mettevo ogni sera nell'ultimo banco della platea in faccia al suo palco. Da principio non era che simpatia, che so io? ammirazione. Poi, a poco a poco, mi si accese il cuore e la testa.... Perdoni, signora, se m'esprimo in questi termini; non saprei dir la cosa altrimenti.... Insomma, finii per innamorarmi perdutamente di lei.... Le giuro che le dico la verità.... E non può immaginare fino a che segno arrivassi. Chi m'avesse costretto a mancare una sera al teatro, m'avrebbe messo alla disperazione. Io stavo delle mezz'ore intere a guardarla, immobile, inchiodato, pietrificato, che m'avrebbero potuto fotografare cento volte. Mi par strano persino che non se ne sia mai avvista. Se ne avvidero altri. Poveretto me, se sapesse quante ne passavo! La farò ridere. Quando lei entrava nel suo palchetto, mi pareva che il fruscío del suo vestito fosse un gran rumore che facesse voltare tutto il teatro a guardarmi, e mi sentivo morire dalla vergogna. Non perdevo, non dico un movimento della sua testa, ma nemmeno una contrazione del suo viso, delle sue labbra, della mano che teneva fuori del palco. Quando i suoi occhi cadevano, per caso, sul mio banco, mi saliva un'ondata di sangue alla testa. Cose da non credersi. Se sapesse quante parole appassionate le dicevo dentro di me, guardandola, quando sonava l'orchestra! Quante volte ho desiderato che pigliasse fuoco al teatro, per correre a salvarla! Mi rodevo di dispetto contro gli ufficiali che passavano sotto il suo palco, e colla punta del cheppi toccavano quasi il suo ventaglio. Avrei schiaffeggiato gli uomini che andavano a farle visita. Una sera fischiai un tenore che lei aveva guardato col canocchiale. Le mie serate, insomma, erano una successione di rossori, di batticuori, di gelosie, alle quali, il giorno dopo, corrispondevano altrettante sgrammaticature nella composizione latina. Capisce, signora? E fra tanti ammiratori che la circondavano, a lei non passava nemmeno per la mente che il più ardente di tutti fosse un povero scolaretto di ginnasio, il quale non doveva avere che quattordici anni dopo la fortuna di rivolgerle la parola.
La signora che durante la mia chiacchierata ora aveva sorriso, ora arrossito, e ora corrugato le sopracciglia, quand'ebbi terminato, rise più forte e si coperse il viso col ventaglio. Poi mi domandò con viva curiosità: — Ma dice tutto questo sul serio?
— Sul serio? — io continuai. — Le dirò ben altro. Me lo permette?... Che vuole?... Provo un gran piacere a rammentare quel tempo che fu il più tempestoso della mia adolescenza. La cosa era giunta al punto, che quando, in casa mia, sentivo pronunziare il suo nome, scappavo in un'altra stanza col viso rosso come una melagrana. Studiavo in una stanzina con mio fratello maggiore, il quale di tratto in tratto mi diceva: — Ma la vuoi finire coi tuoi sospiri, che mi sembri un innamorato del Metastasio? — Non studiavo più, ero distratto. Una notte sentii mio padre che parlando di me domandava sottovoce a mia madre: — Hai notato nessun cambiamento, da un tempo in qua, nelle sue maniere? E un'altra più curiosa. Il professore d'italiano ci diede da fare una composizione a tema libero; io scelsi l'Innamorato e scrissi una tale scempiaggine che fece ridere tutta la scuola e mi coprì di vergogna. Si figuri che fra le altre frasi, c'era questa: La testa dell'innamorato è un'urna di lagrime e di sospiri.... A poco a poco, m'ero ridotto al segno che arrossivo passando davanti alla sua casa, incontrando le signore che vedevo al teatro con lei, udendo pronunziare una parola che rammentasse alla lontana il suo nome. Quando vedevo comparir lei in fondo a una strada, mi pigliava un tremito alle gambe, e scantonavo; se non ero più in tempo a scantonare, mi cacciavo in una bottega; se non potevo cacciarmi in una bottega, tornavo indietro. Era un terrore. E ogni sera m'andavo a rinfocolare al teatro e facevo peggio. Mi passò fin per la mente di indirizzarle una lettera, di scrivere qualche cosa col carbone sui muri delle sue scale, di gettarle un mazzo di fiori da un tetto, di travestirmi e andar a portar legna in casa sua. Infine, vuol che le dica tutto, signora? Lei mi deve essere molto riconoscente perchè parecchie sere, tornando dal teatro tutto commosso, esaltato, mezzo fuori di me, e non sapendo come sfogarmi altrimenti, pregai per lei con un fervore che.... se ne avessi messo la metà a prepararmi agli esami, non m'avrebbero rimandato.
La signora rise di nuovo coprendosi il viso col ventaglio, e disse: — Ed io che non mi sono mai avvista di nulla! È strano!... Ma è proprio tutto vero?... — e sempre sorridendo, ma con una curiosità, se posso dir così, più raccolta e più seria, mi domandò: — E dopo? e si rimise in atto di ascoltare.