— Dopo, — io ricominciai — .... venne il peggio. Verso la fine del carnevale cominciò a frequentare il suo palco quello che fu poi suo marito. Lo vuol credere, signora? Ancora adesso, dopo tanti anni, provo un sentimento di compassione per me quando penso a quello che ho sofferto in quei giorni. Le prime volte che intesi dire intorno a me al teatro: — Eh! pare che il nodo si stringa! — Pare che sia un matrimonio bell'e fatto! ecc., — creda che, benchè fossi un ragazzo, mi son sentito agghiacciare il sangue. Ogni sorriso, ogni parola a bassa voce che loro si scambiavano, mi era una stilettata al cuore. Che so io? mi pareva d'esser tradito. A lei.... perdonavo. Lui.... bisogna pure che io dica tutta la verità.... l'odiavo con tutte le forze dell'anima. Lo vedevo per tutto. Lo sognavo, era il mio incubo. Volevo sfidarlo. Lo guardavo di sbieco. Un giorno, per la strada, se n'accorse, senza capirne il perchè, naturalmente; e si fermò a guardarmi; io abbassai gli occhi e tirai dritto. Infine corse la voce del suo prossimo matrimonio. Ne fui desolato. Non può farsi un'idea di quello che mi passava per l'anima. Pensavo di andare a qualche finestra, sulla strada dove lui passava, e di lasciargli cader sulla testa una grossa pietra. Mi proponevo di andarmi a gettare a suoi piedi e supplicarla per amor di Dio di non sposarlo se non voleva vedermi morto. Mi venne in mente di farmi frate, di fuggire in Svizzera, di diventare uno di quegli uomini terribili dei romanzi che hanno un perpetuo sorriso mefistofelico sulla faccia di marmo. Addio latino! Addio studî! Passavo ore intere nel cortile di casa mia a martirizzare le lucertole e i vermi; un giorno m'incisi una mano colle forbici e per poco non svenni vedendo spicciare il sangue; una sera rubai una bottiglia di vino nella dispensa e m'ubbriacai come un facchino in un ripostiglio di mobili vecchi, al buio.... Venne finalmente quel giorno terribile.... La sera, la banda della guardia nazionale suonò sotto le sue finestre. Da casa mia si sentiva la musica. Ero avvilito, angosciato, disperato. Mi venne l'idea d'uccidermi. Scesi nel giardino con una corda e m'avvicinai a un albero.... ma mi mancò il coraggio. Allora mi misi a piangere, mi buttai in terra, e stetti tutta la sera là, solo, al buio, accovacciato come un cane, con la mia corda fra le mani, pensando a lei, e chiamandola di tratto in tratto per nome, fin che la banda cessò di suonare ed io corsi a casa a gettarmi nelle braccia di mia madre, alla quale confidai ogni cosa. Mia madre fece le grandi meraviglie, rise, mi consolò, mi condusse a letto, mi diede la buona notte ridendo, e per parecchi giorni, di tratto in tratto, continuò a guardarmi fisso, poi a baciarmi ed a ridere ancora. Il giorno dopo lei partì con suo marito e non ho più avuto la fortuna di vederla. Ecco la storia del mio amore, cara signora. Ho aspettato quattordici anni a raccontargliela: spero che non mi accuserà di precipitazione. Se poi volesse sapere perchè glie l'ho raccontata, dico la verità, sarei imbarazzato a risponderle. Il fatto è che ho sempre desiderato d'incontrarla un giorno o l'altro per farle questo racconto; e che soddisfacendo il mio desiderio, ho trovato un'emozione gentile, piena di rispetto e di gratitudine per lei.
A questo punto la signora, che m'aveva ascoltato con un'attenzione sempre crescente, si coperse il viso, ma senza ridere; poi mormorò con voce un po' commossa, sorridendo leggermente: — Certo che... lei m'ha detto delle cose molto gentili.... e io debbo ringraziarla.... — Qui rise di nuovo, ma quasi facendo uno sforzo; tornò a coprirsi il viso e rimase qualche momento in quell'atto. Che cosa abbia pensato in quei momenti, non saprei. O che il mio racconto, richiamandole vivamente alla memoria un tempo in cui era felice, e sperava un avvenire migliore, le abbia inacerbito il sentimento dei suoi disinganni; o che ripensando il tempo in cui poteva ispirare degli affetti così ardenti, abbia sentito con più amarezza il rammarico della sua gioventù e della sua bellezza perduta innanzi tempo; o che l'immagine di quello schietto e profondo amore giovanile, le abbia fatto parer più triste di non essere stata amata da colui al quale aveva consacrata la vita; il fatto è che quando abbassò il ventaglio — con mia grande meraviglia — aveva il viso tutto rigato di lagrime.
— Signora! — le dissi vivamente, prendendole una mano. — Che vedo mai?... Le ho ridestato qualche ricordo doloroso? Mi perdoni.... sono stato imprudente.... non me ne darò mai più pace.... Mi perdoni, signora!
Essa fece cenno di no, che non avevo nessuna colpa; poi sorrise e si asciugò gli occhi con una mano lasciando un momento l'altra mano nella mia.
In quel punto il treno era arrivato alla stazione dove io dovevo scendere.
— Signora, — le dissi al momento di mettere il piede sul montatoio — mi faccia una grazia.... mi permetta di baciarle la mano che teneva fuori del palchetto!
Me la porse, glie la baciai tre volte, e rialzando il viso, vidi nel suo atteggiamento e nei suoi occhi una così cara espressione di bontà, di mestizia, di rassegnazione; e nello stesso tempo tanta dolcezza e tanta grazia, che rimasi un momento attonito a guardarla ed esclamai ingenuamente e con tutto il cuore: — Siete sempre bella!
— Non è vero! — rispose mestamente, ma sorridendo, e fece cenno di no col ventaglio.
Io m'allontanai, mi voltai indietro e feci cenno di sì col capo.
— No, — ripetè essa col ventaglio — e si ritirò dallo sportello.