Il treno partì, e nello stesso momento uscì dallo sportello la sua mano, che rimase così appoggiata, col ventaglio in giù, nello stesso atteggiamento in cui soleva tenerla fuori del suo palchetto al teatro.

Il viso non ricomparve.

Io accompagnai quella mano cogli occhi.

Era un addio — era un'immagine della sua giovinezza e della mia adolescenza — era un rimpianto del passato — era un'espressione di gratitudine — era qualche cosa d'infantile, di pietoso e di melanconico — era come la mano d'una morta che si fosse rifatta viva un momento per dare un ultimo saluto alla vita. — Addio! Addio! — dissi nel mio cuore quando mi sfuggì dalla vista — Addio, cara larva! cara memoria mia! e rimasi.... rimasi come tu mi trovasti quando c'incontrammo nel vestibolo della stazione.

EMILIO CASTELAR

5 dicembre 1873.

Caro ***.

È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne parlato che vagamente nel mio libro.

Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto, poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.

Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme, nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause, stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica, nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'effet terrible che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non si può dire che ha i fulmini dell'eloquenza; ma i lampi, i raggi, che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano quelle bolle di sapone del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le più belle che si facessero in Spagna.