Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai quelle crespe delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe, come dice benissimo il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento che si alzava Cristino Martos, oratore de pelo en pecho (col pelo sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio che non gli riuscì di finire.

Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita per l'onore del mio paese.

Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo. La sua opera La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo (quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore. Un giorno gli domandai ex abrupto una spiegazione, e mi parve che la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano fra la fede e un dubbio serio ed inquieto, come scriveva il Manzoni al Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.

Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi, come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. — Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi disse candidamente: È bello anche in italiano.

Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano. — Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar, piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente, domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — Amigo! La de un hombre extraordinario (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo, — rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno, appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con codeste esagerazioni, don Emilio?

Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi discorsi, intorno a quei segreti d'artista, a quei misteri, per dirla con Giambattista Giorgini, che l'anima celebra con sè stessa. Egli mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore alla porta.

Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, — ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese. Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. — Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa sfrenata del suo cavallo:

Mis ojos fuego en su inquietud lanzando

Campo adelande devorando van.

E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo il dire che non mi lasciava persuaso.