Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo e di Siviglia. Firenze, la ciudad, com'egli la chiama, de la inteligencia, è la sua città prediletta. — Allì, mi disse un giorno, el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo de número. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — Y decir que la puertas de Ghiberti son del siglo quince! — (E dire che le porte del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare discorrendo d'un quadro del Tintoretto — Mas si os digo, — gridava battendosi la mano sulla fronte — que se siente crujir la seda! — (Ma se vi dico che si sente il fruscío della seta!)
Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.
Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.
A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi del Don Chisciotte che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava pane di granturco.
Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.
Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure; si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; — credevi che io fossi diventato monarchico?
La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette, vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi, medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po' d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento, in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là, in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. — E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo, scriveva prediche per preti di campagna!
Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso, benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar, in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes, a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino, diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da letto. Yo era el espanto de todos. (Io ero lo spavento di tutti). — A dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse, più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845 per fare il corso di segunda enseñansa. Qui si dedicò con entusiasmo alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali, che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri, attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno nella Escuela nacional de filosofia, e d'allora in poi, non solo provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo, perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo. — Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854, all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada, gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: — Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche.... — Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco, non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore, l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando il suo discorso: — Està destinado a reemplazar à todos nuestros grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja. — E il pronostico s'è avverato.
Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà? È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire, che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune; e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte, dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa! le vie della Provvidenza sono infinite....
E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes, due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno? E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio? La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del norte....»