A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca d'uno Stato.
Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione, versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega; quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah! don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!
Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui, sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:
È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.
UN CARO PEDANTE
I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto figlio invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive toeletta invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma, che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un peccato che se ne perdesse la semenza.
Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera ammirazione.
La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora, a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche francesismi. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina, arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per trovare i vermi improprietà. Tutta la sua persona alta e magra, e incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo, e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera! — Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure. Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al libro.... Era mio!
Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale, quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita, puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli, le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita, le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola cómpito cambi a poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo utimare pervenga a pigliare il posto del verbo exploiter, sono due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della lingua.
Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto con un suo servitore il dialogo seguente: