E infine v'era scritto: — «Ho qui nel mio giardinetto un giovane melagrano che questa primavera ha portato molti fiori, i quali in parte sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti e il sano vigore di alcuni annunziano insieme che quest'alberetto è destinato a dar frutti copiosi e scelti.»

La lettera, ora che scrivo, è in un quadretto, e colui che dovrebb'essere il melagrano carico di frutti, la guarda con un misto di tenerezza e di rammarico, pensando alle sue splendide speranze dei sedici anni come a un bel sogno di tempi lontani.

La lettera fu per il collegio un grande avvenimento; il professore di letteratura la lesse nella scuola; fuori del collegio, gli amici volevano vederla; io non capivo più in me della contentezza; la rileggevo cento volte al giorno; me la dicevo a memoria; la notte sognavo che me l'avevan rubata; per istrada mi pareva che quei che mi passavano accanto si ammiccassero fra loro, come per dirsi: — Eccolo là; — a tavola facevo i bocconi piccini, in iscuola pigliavo degli atteggiamenti ispirati; in casa dei parenti sorridevo con una bonarietà affettata, per far vedere che, in fin dei conti, mi consideravo sempre come loro parente.

Quando si dice, le previsioni! Da quell'anno in poi non ho più scritto un verso altro che per onomastici di famiglia; non ho più avuto nemmeno la tentazione di scriverne; e sono ora profondamente persuaso che non sono nato per far dei versi. Chi me l'avesse detto allora, quando un prosatore mi pareva appena un uomo, e dicevo, leggendo il romanzo I promessi sposi: — Peccato che non sia in ottave!

Quattro anni dopo ero sottotenente di presidio a Pavia, con un battaglione del mio reggimento. Non avevo mai visto Milano. Una mattina, svegliandomi, mi viene il ticchio di farci una scappata. Ma, e il permesso? To', bella idea! Mi faccio mandar da casa la lettera del melagrano, la mostro al tenente-colonnello, e gli dico: — Vorrei andar a Milano a vedere il Manzoni. — Così feci; la lettera venne, la diedi al mio capitano e lo pregai di domandarmi il permesso. Il tenente-colonnello, quando intese, prima di vedere la lettera, lo scopo della mia gita, esclamò: — Oh! oh! nientemeno! — come per dire: — Ci vuol della faccia; — ma, visto ch'ebbe la lettera, accordò il permesso dicendo: — È un altro par di maniche; vada e ce ne porti notizie.

Partii la mattina seguente, era domenica, faceva un bellissimo tempo. Arrivato a Milano e sbarcato in non so che albergo vicino al duomo, domandai a un piccolo cameriere dove stesse di casa il Manzoni. — El negoziant de mobil? — mi domandò alla sua volta. Ma che negoziant de mobil, — risposi; — il conte senatore scrittore Alessandro Manzoni. — Oh mi scusi! — esclamò il ragazzo arrossendo: — io credevo....; il senatore Alessandro Manzoni sta in piazza Belgiojoso; — e mi descrisse la casa. Era di buon'ora, scappai a vedere il Duomo, poi difilato in piazza Belgiojoso. Come mi battè il cuore quando vidi quella casa! Con che venerazione mi levai il chepì entrando nella stanzina del portinaio! Ma ahimè! Alessandro Manzoni era a Brusuglio. Salii subito in una carrozza e mi feci condurre a Brusuglio. Strada facendo pensavo alle prime parole da dirgli; alla maniera di baciargli la mano prima che avesse tempo di ritirarla, come sapevo che faceva sempre; al modo di tener la sciabola in sua presenza. Star davanti al Manzoni, pensavo, colla sciabola! Mi pareva che non andasse; l'avrei lasciata volentieri nella carrozza. Per la strada passavan contadine e contadini; mi parevan tutti visi di sante persone; in ogni vecchietta vedevo Agnese, in ogni giovane Renzo, in ogni bimbo Menico. Guardavo con insolito piacere quel cielo di Lombardia così bello quand'è bello, e quella campagna verde e tranquilla; i miei sentimenti e i miei pensieri, via via che mi avvicinavo, s'innalzavano; provavo quello che si prova salendo su per una montagna; mi pareva di respirare un'aria sempre più pura, e la mia mente si staccava dalla terra.

La carrozza si fermò dinanzi alla villa, scesi, entrai nel giardino, un servitore mi venne incontro a domandarmi chi cercavo. Glie lo dissi: mi guardò da capo a piedi, e mi rispose un ma, che voleva dire: — Non so se sarà ricevuto. — Allora gli mostrai la lettera, la prese e accennandomi che lo seguissi si diresse verso la porta d'una stanza a terreno, dove entrò, dopo avermi pregato d'aspettare un momento. M'appoggiai all'uscio e tesi l'orecchio. Dopo un momento sentii una voce tremola pronunziare lentamente queste parole: — Gentilissimo giovanetto. Degl'incomodi abituali non m'hanno permesso di ringraziarla nel primo momento, come desideravo vivamente, dei versi ch'Ella m'ha fatto il favore d'inviarmi.... — Qui la voce tacque, e subito dopo uscì il servitore, il quale mi fece riattraversare il giardino ed entrare in un salotto, dove mi lasciò solo dicendomi: — Ora viene.

Io stetti qualche minuto guardando la porta cogli occhi fissi, con tutta la persona immobile, respirando appena, come se fossi stato davanti a una macchina fotografica.

La porta s'aperse....

O miei benevoli amici e non amici, che mi avete detto tante volte e con tanta ragione, che il mio cuore è una spugna, che i miei occhi son due fontanelle di lagrime, che i miei soldati sono donnette e che tutte le righe dalle mie pagine sono come tanti rigagnoli che corrono al gran mare del pianto in cui morirò un giorno annegato, siate giusti; riconoscete che almeno questa volta io avevo diritto d'intenerirmi; confessate che anche voi altri vi sareste sentiti un leggero moto di convulsione alla gola; e allora mi farò animo e vi dirò che io, lungo come un granatiere, io, colla mia sciabola d'ordinanza e colle mie pompose spalline, io, quando il Manzoni comparve, gli corsi incontro, gli afferrai la mano e diedi in uno scroscio di pianto così improvviso, così violento e così sonoro, che quello di uno qualunque dei miei soldati sarebbe parso, al confronto, un vagito di bambino.