E lasciando da parte i piaceri, e per farla anche un po' da pedante, quante cose insegna nel suo casalingo linguaggio e colla sua paterna bonarietà, quest'aureo libro! Col suo costante, semplice e severo definire e specificare ogni cosa, dà contorno e lume alle vostre idee; così che dopo la lettura d'un'ora, se vi mettete a scrivere, non vi pare che quello che pensate e il come lo esprimete siano mai abbastanza chiari e determinati, e non vi contentate più della prima forma, e finite poi col far meglio. Col descrivere minutamente quegl'infiniti oggetti, che noi sogliamo indicare aiutando la parola col gesto, senza riuscir mai a porgerne l'immagine a chi non li abbia veduti, ci esercita alla descrizione minuta, all'uso delle parole proprie, a quel lavoro di musaico della lingua, a quella lotta contro le piccole difficoltà, che gli scrittori di libri letterarî scansano quasi sempre fingendo di sdegnarla, ma in realtà perchè la temono. Poi, la curiosità è mezza scienza, e il Vocabolario ci mette ad ogni passo una curiosità; leggendo sentite il bisogno d'aver accanto ora un botanico, ora un meccanico, ora un archeologo, ora uno storico, chè l'affollereste di domande; non l'avete? la curiosità resta, le domande si appuntano, alla prima occasione si faranno. E poi, parola e pensiero son gemelli della mente: quante faville vi accende nella testa il Vocabolario! Il Gautier diceva che ci son parole diamante, parole zaffiro, parole rubino, che non domandano che d'essere incastonate; si può dir di più; ci son parole che gettan l'idea d'un lavoro; parole che dánno la sveglia a mille pensieri che ci stavano come ravvolti e nascosti in un angolo della testa; parole che ci ravvivano la memoria di tutto un libro dimenticato. E infine la lettura del Vocabolario fa l'effetto d'una lezione di modestia, perchè si può ben esser dotti, ma in ogni colonna si troverà sempre quella parola che ci fa dire: — Non sapevo! — e ci rende accorti d'una lacuna che avevamo nella mente. Molti lo dovrebbero leggere non foss'altro che per esercitarsi a tirare indietro, come la lumaca, le corna dell'orgoglio.
Ma non solamente è un libro ameno, utile e morale; il Vocabolario si fa anco amare perchè è il libro più intimamente «nazionale» di tutta la letteratura; ci han lavorato tutti i secoli, ci abbiamo lavorato tutti; dotti, analfabeti, fanciulli; c'è un verso d'ogni poeta e un periodo d'ogni prosatore; ogni grande avvenimento ci ha lasciato un ricordo: c'è la storia della nostra lingua; vi si trovano le traccie della lotta secolare tra la lingua prima e lo spirito trasformatore del popolo; vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide, le risorte; è un vero campo di battaglia sul quale tutte le nostre provincie e tutte le nostre città hanno mandato soldati; è un libro tutto patria; il più nostro di tutti; si prova, a scorrerlo, quel piacere della proprietà che il Mantegazza annovera tra i più dolci; si gode a maneggiarlo come a palpare un mazzo di chiavi di casa nostra; a uno straniero che ci offendesse, daremmo sulla testa, in nome d'Italia, a preferenza d'ogni altro libro, questo; a volte ci si sente presi di vera tenerezza per lui; io gli batto la mano su, e gli dico; — Maestro, amico, consigliere, che sai tutto e rispondi a tutto ed a tutti, fido compagno degli studiosi, pedantone caro e glorioso, ti saluto! —
Quante volte vi piglia la tentazione di consigliare la lettura del Vocabolario come farebbe un medico d'un medicinale! Quando voi, per esempio, che non sapete parlare il dialetto, o che vi siete intestati di non volerlo parlare, entrando in una casa di buona gente, vedete ragazzi fuggire, signorine turbarsi, e padre e madre, dopo aver tentato, a più riprese, ma invano, di farvi cambiare linguaggio, pigliar quasi il broncio, e lasciar languire la conversazione; quanto volontieri, all'uscire, consegnereste alla cameriera un biglietto di visita con su scritto, a modo di ricetta: Vocabolario! E quando vi si presenta un giovanetto, del quale si narran meraviglie, laureato, autore di belle poesie, che cinguetta il francese, l'inglese, il tedesco, e che poi, messo al punto di dovervi raccontare in italiano, alla lesta, non so qual caso seguíto a lui, s'impenna, si ripiglia, non può dire quello che vuole, e butta fuori strafalcioni da pigliar con le molle, con che matto gusto, finito quello strazio, gli mormorereste nell'orecchio, a modo di pietoso confessore: Vocabolario! — Finalmente se si potesse fare quello che un mio amico repubblicano desiderava; il quale, per gettare lo spavento in cuore ai partigiani della monarchia che gavazzano alle spese del povero popolo, avrebbe voluto che non so quale smisurato gigante immaginato da lui, lanciasse dall'Alpi a Siracusa un tale grido di disperazione, da far traballare le mura e andare in frantumi i vetri di tutti i palazzi d'Italia; sarebbe a desiderarsi che questo gigante, rizzatosi in mezzo a tante migliaia d'Italiani che non vogliono parlar la lingua propria, o la stroppiano, o l'appestano, o la castrano, o la svergognano, gridasse con tutta la forza dei suoi prodigiosi polmoni: — Vocabolario.
E poichè in questi giorni, — come intesi dire a un negoziante — tutto ciò che si scrive, anche in materia di letteratura, deve avere la sua «conclusione pratica» ne tirerò una anch'io da questo scritterello. E dirò come dice chiunque, ormai, che abbia tre lettere dell'alfabeto in testa, quando vuol mettere innanzi una proposta; se fossi Ministro della istruzione pubblica, dirò, metterei nel programma d'insegnamento per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa utile all'Italia, la lettura obbligatoria di tutto il Vocabolario della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine d'ogni anno. «Come si dice in italiano questo? e quello? e quest'altro?» domande ragionevolissime da fare a uno studente che sappia tant'altre cose. Dicono: — C'è dei Prontuari! — Lavoro fatto, non ci credo; bisogna comprar la lingua col nostro santo inchiostro e d'altra parte i Prontuari non contengon che nomi. Non c'è tempo! Vediamo: io ho il Fanfani in mano, ultima edizione, millesettecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, dieci pagine al giorno:
— Un anno.
Io continuo, e voi, ragazzi, seguite il mio consiglio: cominciate.
APPUNTI
Qualunque italiano non toscano, e specialmente un italiano delle provincie settentrionali, il quale si metta a leggere il vocabolario, si persuade fin dalle prime pagine di questa verità: che la lingua italiana generalmente parlata e scritta nelle sue provincie è tanto povera, — tanto scarsa, voglio dire, di vocaboli e di modi, — da doversi chiamare piuttosto una mezza lingua, che una lingua intera. Leggendo il vocabolario, infatti, si trovano centinaia e migliaia di vocaboli e di modi vivi, efficacissimi, d'un significato che non sapremmo rendere con altre parole; i quali nell'Italia settentrionale non si dicono e non si scrivono mai, o rarissimamente, come se fossero modi e vocaboli morti. È superfluo il dir la ragione di questo fatto, il quale è comune a tutte le lingue da per tutto dove si parla un dialetto. Ma non è inutile l'accennarlo e l'insistervi per dimostrare ai giovani dell'Italia settentrionale i quali si dánno allo studio della lingua italiana, come per prima cosa essi debbano cercare d'appropriarsi di questa lingua quella grandissima parte che loro manca, e della cui mancanza nulla ci può avvertire così prontamente e così utilmente come la lettura del vocabolario.
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Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario del Fanfani.