— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque, come ti sei fatto ricevere?

— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro. Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio professore di letteratura....

Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde ancora la testa.

ALCUNE OSSERVAZIONI
SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA

(per i ragazzi non toscani).

LA LETTURA DEL VOCABOLARIO

Lessi, non è molto, in uno scritto dedicato a Teofilo Gautier, il seguente periodo: — «Un giorno il Baudelaire gli domandò: — Come avete fatto per imparare a scrivere in questo modo? — E il Gautier rispose: — Ho studiato molto il vocabolario. — Si dice infatti ch'egli soleva leggere il vocabolario con molto diletto. — Legger queste parole, e veder come cadere un velo dinanzi ai miei occhi, e apparire un vocabolario, come il pugnale a Macbetto, in aria, volto di costa verso la mia mano, perchè l'afferrassi, fu un punto. Compresi, voglio dire, tutto ad un tratto, e per la prima volta, che leggere il Vocabolario della lingua italiana, leggerlo da capo a fondo, e rileggerlo, e postillarlo, e farne spogli, e continuare a leggerlo, per consuetudine, un po' tutti i giorni, è più che un bisogno, un dovere di coscienza, non solo per chi scrive, ma per qualunque cittadino il quale desideri di morire senza rimorsi. Mi rammento che al balenare di questa verità, mi vergognai di non averla scoperta prima (per conto mio, ben inteso, che del resto la scoperta ha le barbe); e che appuntando il dito contro il calamaio, come per incaricarlo di rappresentare un momento la mia persona, gli gridai: — Arrossisci! — Poi presi a snocciolargli le molte ragioni, per le quali credevo che dovesse arrossire: — che nessuno, cioè, può ragionevolmente credere d'avere studiato la lingua, se non s'è servito del mezzo più semplice, più spiccio e più sicuro di conoscerne, se non tutti, quasi tutti gli elementi, e che questo mezzo non è altro che il Vocabolario, il solo libro nel quale della lingua si può vedere tutta la ricchezza, e abbracciarne, per così dire, il complesso, con una qualche sicurezza, nella quale l'intelletto si riposi, e dalla quale proceda poi, con maggior ardimento, a studiare nei libri. Che studiar la lingua soltanto nei libri, ed anco solo nel popolo che la parla, è uno studiarla a caso, poichè nei libri non ce n'è che una parte, nè il popolo la parla tutta, tacendo pure della impossibilità, quando tutta la parlasse, di tutta raccoglierla; del che si ha una prova nel fatto, che non v'è alcuno il quale scorrendo del Vocabolario solo una minima parte, non trovi un buon numero di vocaboli propri a significare oggetti o fatti, ch'egli non soltanto non ricordava, ma di cui non sopponeva nemmeno l'esistenza, e a cui sostituiva definizioni, paragoni, giri di parole. Che il fatto di non studiarsi tutto il Vocabolario è cagione che un'infinità di cose non si dicano mai, nè si scrivano da nessuno e in nessun luogo, neppure in Toscana; non essendoci altra maniera, fuor di questa, di sapere come si dicano, quando occorre di dirle, se non facendo ricerche spesso lunghissime, qualche volta vane, sempre seccanti: onde si preferisce di lasciar correre. Che nella lingua scritta, ed anco nella parlata dalla gente colta, per ciò solo che non si studia il Vocabolario, c'è molto meno varietà di quanta ce ne protrebb'essere, essendosi ciascuno, a una certa età, formato un corredo di parole e di modi, che gli bastano ad esprimere quello che ordinariamente ha da dire, e che però non s'accresce più, salvo che per straordinarî bisogni; mentre colla lettura assidua del Vocabolario faremmo ciascuno al nostro linguaggio buttare ogni giorno delle messe nuove, e potremmo dire ogni giorno qualcosa di più, e di questo lavoro di tutti s'arricchirebbe la comune lingua parlata e scritta. E altre molte ragioni trite e ritrite, ma non mai ripetute abbastanza, la conclusione delle quali fu che io m'ero ingannato fino allora nel considerare il Vocabolario come un libro fatto soltanto per rispondere quand'era interrogato; ch'esso era invece un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarselo, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna.

Mi misi a leggere, cominciando dall'A, con grande ardore, e divorai in pochi giorni parecchie centinaia di pagine, tempestando i margini di note in modo da non lasciarli più vedere. Che volete? Il diletto che ci provai fa tale e tanto, che non potei resistere al desiderio di esprimerlo, e sospesa la lettura, tirai giù le linee seguenti.

Mi raffiguro una sala immensa, nella quale siano stati raccolti e schierati confusamente gli oggetti di cento Esposizioni universali. Attraversare di corsa questa sala dev'essere un piacere della natura di quello che si prova leggendo il Vocabolario. Voi trascorrete dalla città alla campagna, dal mare alla terra, dalla terra al cielo, dal cielo nelle viscere della terra, colla rapidità con cui trascorrerebbe la vostra immaginazione abbandonata ai suoi grilli. Accanto a un mobile di casa, vedete un'arma del medio evo, accanto all'arma un pesce raro, più in là una pianta asiatica, poi un ingegno meccanico, poi una pietra preziosa, poi un fiore, poi un edifizio, poi un tessuto. Trovate strumenti di tutte le arti, termini di tutte le scienze, vestimenti di tutti i popoli, usi di tutti i tempi, immagini di tutte le religioni. V'accompagna per la via un vocío continuo intercalato di proverbi, di bisticci, di frizzi plebei, di grida di meraviglia, d'insulti, di complimenti, di beffe, di saluti. Incontrate una folla di parole che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d'acciacchi, che brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti, spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobiluccie affettate; le sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa. E voi passate accanto all'une, senza guardarle, come persone di casa; all'altre fate un saluto in aria d'indifferenza; a queste correte incontro come a gente dimenticata, che si rifaccia viva; a quelle vi fermate innanzi un momento, per fissarvene in mente l'aspetto; e quale vi fa ravvedere d'un errore, quale vi dà un consiglio amichevole, quale vi accenna un fatto storico, quale vi espone una tradizione popolesca; e voi pensate, ridete, fantasticate, e imparate lingua, storia, morale, poesia, scienza, giuochi, mestieri finchè chiudete il libro storditi, come all'escir da una sala dove aveste veduto insieme un teatro, un mercato e un'accademia. Che si può trovare di più in un libro? Come si può negare che sia un libro incantevole? E quando si potrà dire d'averlo letto abbastanza?

Il Mantegazza nella sua Fisiologia del piacere ha dimenticato il Vocabolario, ed è una dimenticanza che non gli si può perdonare. Mi ricordo d'un professore di matematica, ardentissimo della sua scienza, il quale, portate per la prima volta in scuola le Tavole dei logaritmi, chinò il viso sul libro fino a toccare il margine col mento, e agitando in alto le braccia tese esclamò con un accento d'inesprimibile soddisfazione: — Com'è dolce nuotare in questo oceano! — E così è dolce nuotare nel Vocabolario. Si va giù per le colonne come per la corrente d'un fiume, e le parole sono villette, piante e donnine schierate lungo la riva; ci si lascia andare, e si scivola placidamente, pensando a mille cose, come quando si scartabella un albo di paesaggi, e si canta. Il Vocabolario è un libro fantastico. Si dice che la lettura delle Mille e una notte desta nella mente un turbinío di immagini abbarbaglianti, che danno una specie di ebbrezza, seguíta da sogni deliziosi. Cinquanta pagine di Vocabolario suscitano nella testa una folla d'immagini più fitta, più varia, più turbinosa, che quella delle Mille e una notte. Chiuso il libro, chiudo gli occhi, e vedo intorno a me una miriade di cose disparatissime, che girano e s'inseguono, spariscono e riappaiono, come un nuvolo di farfalle, produgendomi nella mente un tumulto piacevole, che mi dura anco nel sonno. Il Vocabolario eccita i sensi.