Pissi pissi, pispilloria. — Strepito di voci che fanno molti uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: Ogni tanto la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora colle sue amiche.
Pissipissare. — Bisbigliare, far pissi pissi.
Ribobolare. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia nasconderlo con riboboli. — Il P. è un buon prosatore; ma per quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più.
Parlare colle seste. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca, disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.
Tirar su le calze a uno. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto, ecc., ecc.
A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc., di modi come cascar l'asino, levar le gambe, tirar su le calze, tagliar le calze, essere agli sgoccioli, uscir per il rotto della cuffia, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono, adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che «scegliere per un congresso una città piccola come Lucca è un voler metter l'asino a cavallo: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè gli bolle a mala pena la pentola per sè e per i suoi, ecc.,» io sento, non in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta mancato a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori, fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero volentieri in qualche sua pagina le parole porcheria, me ne impipo, ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in specie nel dialogo, si possa o debba dir cosa invece di che cosa o che; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti, faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolari cosa in vece di che o che cosa, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase e qualche volta tutto un periodo, si scriva gli invece di loro; ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece di vidi Maria e le dissi, si debba scrivere vidi Maria e gli dissi. Così pure il dire eternamente lui per egli, lei per essa, loro per essi, anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è anche contrario all'uso della Toscana, dove egli, essa, essi non sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata, l'affettazione, la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia grammaticale del che cosa e dell'egli, si crei un'altra tirannia del lui e del cosa, che, in una parola, dopo aver smessa la parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè ragionevole.
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Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono raccogliere intorno al soggetto Ritratti, solo dal piccolo vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire dilettevole.
Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato — secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo — ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca — che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallo come un rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione, ecc.
Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone — un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc.