Con baci e baci come fosse suo.
Spoppare. — Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si dice bambino spoppato, ecc.
A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre tra bellino e bello, poichè tutti sanno che bello corrisponde a beau e bellino a joli, e nessuno ignora il differente significato di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si dice che una donna ha giudizio, e che una bambina ha un giudizino da far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per esempio, ha una manierina che piace. Si dice che una bimba ha le sue malizine. Si dice che la madre è tutta pensieri per la sua figliuoletta, e che la figliuoletta è tutta pensierini per sua madre. Si dice che una donna è sempre ravviata, ravversata e che i suoi bimbi sono sempre ravviatini, ravversatini. Una mamma dice al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: — Allunga il santo manino e pigliatela da te, ecc. Si vede da questi esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche volta lo cambiano affatto. Quell'uomo, si dice, ha delle idee: giovatevene: quell'altro ha delle ideaccie: guardatevene. Si dice mettere uno a un puntaccio; e si sottintende: di fare uno sproposito; fare una partaccia a uno, ossia caricarlo di male parole; fare un'azionaccia, ossia una bricconata; avere delle praticaccie, ossia di donne perdute, che sono robaccia; fare una levataccia, ossia levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti questi modi di dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai, non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose, si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola, per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il francese.
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E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati, per completare la loro istruzione, allo studio della lingua inglese e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir quasi necessaria, come non parlo di coloro che studiano quelle altre lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa; un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità.
Ne dubito.
Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno, per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco, quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi; cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono a possedere questa lingua in maniera da poter gustare (gustare, intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare che nei versi del Carcano!
Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio tre o quattro lingue straniere.
Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento, parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di cuore.
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