Il difficile è il ritenere, l'appropriarsi così intimamente i vocaboli e i modi che si vanno via via notando, da averli poi pronti, spontanei quando si parla o si scrive. Per ottenere questo ci vuole una certa industria. Conosco uno che oltre al notare parole e modi nel suo gran quaderno a colonne, li scriveva, via via che gli occorrevano, sul margine dei libri, sulle buste delle lettere, sulle assicelle degli scaffali, sulle porte, sui muri, sui giornali; tanto che nella stanza dove studiava, in qualunque punto fissasse gli occhi, vedeva una nota e se la rinfrescava così nella memoria. E qualunque parola o modo notasse, lo riferiva immediatamente, nel suo pensiero, a qualche persona o cosa che gli occorresse di vedere o di fare abitualmente nella giornata. Legava ogni parola a un'immagine, ogni frase ad un fatto, e se ne serviva il più presto possibile in una lettera o in una conversazione per istamparsela in mente, per mettervi, in certo modo, il suo suggello, per impiegarla subito nella sua casa. E dedicava ogni giorno una mezz'ora a rimestare, a combinare, a logorare, sto per dire, le sue note. Si formava coll'immaginazione un personaggio qualunque e scriveva di lui, per esempio, una tiritera come questa: — mi pareva un galantuomo; feci fondamento sopra di lui, e non credevo di fidarmi sul vento; oltrechè mi parve che fosse un uomo di ricapito, benchè sapessi che era anche un uomo dei suoi comodi o dei suoi piaceri. Ma m'ingannai e alla prima occasione mi girò sotto. Gli scopersi mille difetti. Prima di tutto è avaro; ha il granchio alla borsa, ha la gotta alle mani, paga colle gomita, sta sul tirato, vive a stecchetto; ma è pure ambizioso, e camperebbe con uno stecco unto per scialare fuori di casa, ecc. Accortosi che l'avevo preso in tasca, si ruppe con me, me l'ha giurata addosso, è nero con me, ha il sangue guasto con me, s'è guastato con me, si lava la bocca di me, gira largo quando mi vede, ecc., ecc. — Tutti questi modi, estratti dalle sue note, combinava poi un altro giorno in un altro modo intorno a un altro soggetto, e studiava a mente quello che aveva scritto. Lo capisco; è una fatica uggiosa, non se ne tocca con mano il frutto che dopo molto tempo, alle volte se ne riman quasi umiliati, sovente si perde il coraggio. Ma bisogna perseverare, esser cocciuti, volere fermamente e a qualunque costo, e vien poi il giorno in cui s'è contenti di non aver ceduto. Se non costasse lunghe e penose fatiche l'imparare a scriver bene, i libri leggibili sarebbero più numerosi di quello che sono.
Scrivendo, però, io mi sforzerei di dimenticare tutte le mie note e tutti i miei esercizi. Presa la penna in mano, non frugherei più nella mia memoria. Quello che deve cader sulla carta, deve cader da sè. Tutto ciò che è cercato è quasi sempre ricercato. È inutile tentar d'ingannare il lettore. Anche il lettore meno perspicace ha un senso finissimo che lo avverte d'ogni menoma affettazione, e gli fa discernere nettamente la parola e il modo scritto spontaneamente da quello tirato fuori cogli uncini dai magazzini della memoria. Tutto ciò che non vien sulle labbra parlando è difficile che venga a proposito sulla punta della penna. Per questo ripeto che il migliore esercizio da farsi per imparare ad usar la lingua è quello di parlare. Parlando s'ha sempre un giudice la cui fisonomia accusa involontariamente con moti appena percettibili, ma di significazione non dubbia, tutte le affettazioni, tutte le lungaggini, tutte le oscurità del vostro linguaggio. Un ascoltatore è il miglior maestro di semplicità, di rapidità e d'efficacia.
Resta la quistione delle parole nuove. Io direi che non mette conto di parlarne. Fa bene a occuparsene, piuttosto di non far nulla, chi non ha altro da fare. Quello che importa è che la frase, l'andamento, il giro del periodo, l'impasto della lingua sia italiano. La quistione delle parole dubbie, ammesse da Caio, respinte da Tizio, è un puro perditempo. Anzi, in queste cose, vi consiglierei di evitare le discussioni. In fatto di lingua le discussioni non approdano per lo più a nulla e non fanno che guastare il sangue, perchè in questa materia (strano a dirsi) la gente più modesta ha un amor proprio ombroso, ostinato, intrattabile. È impossibile, credo, trovare un italiano, anche digiuno d'ogni studio di lingua, il quale in una questione di parole si lasci persuadere da chi ne sa più di lui. Non c'è usciere piemontese che non si creda in grado d'insegnare un po' di vero italiano a un accademico della Crusca, e voi non potete immaginare quanti maestrucoli di villaggio danno di ciuco al Manzoni. A che giovò per esempio, la discussione promossa dal povero vecchio, come dicevano i suoi avversarî, sull'unificazione della lingua? Abbiamo visto saltar su da tutte le parti dei linguaiuoli furiosi che ripeterono per la centesima volta le loro vecchie ragioni, abbiamo sentito dire molte impertinenze, siamo ricaduti fino agli occhi nei vergognosissimi pettegolezzi comareschi dei tempi andati; e ognuno è rimasto del proprio parere. La questione della lingua bisogna risolverla colla pratica. Un buono e bel libro scritto secondo le teorie del Manzoni, val più di cento discussioni. Ciascuno scriva come crede che si debba scrivere, senza pretendere di dettar la legge agli altri; il pubblico vedrà da sè dov'è la maggior evidenza, la maggior grazia, la maggior ricchezza; e la miglior teoria trionferà a poco a poco, tacitamente, senza bisogno che ci pigliamo pei capelli. Quello che importa sopra ogni cosa è di studiare tenendo sempre ferma questa sacrosanta verità nella testa: — che senza molta fatica e molta pazienza non si riesce a nulla in nessuna cosa; e che anche studiando molto, lo studio della lingua è uno studio di tutta la vita, come tutti gli altri studi; e che chi lo sberta come una pedanteria che ammazza l'ingegno, è un fiaccone che non ci s'è mai messo, o un corbello che non l'ha mai capito.
IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA
I.
Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani intitolato Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana (Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile. Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con profitto.
Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana, soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli, ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare, mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli popolate di case e d'oliveti, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli, quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse, quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo.
Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende), leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio che non fosse tutta farina dei contadini. — Certe idee, — dissero, — certe frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato Tre vittime del lavoro, compreso nel libro di cui parliamo, non è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina Teresa e del pastore Domenico Nesti, ma steso per intero, e per sola forza d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare.
E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra, alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera. Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima, che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori.
Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore, dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua conoscente, morta poi di malattia, dice che aveva la carne già morta e lo spirito sempre vivo...; che le morì la carne addosso prima ancora che se ne fosse ita con Dio. Un'altra contadina della stessa montagna dice che quando il dolore è di quello cocente, la parola resta dentro: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che a me paiono sublimi: La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni modo mi par di mentovare un gran nome! — A casa, — dice un'altra pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima. Sempre sotto la sua ombra mi son riparata. — Un'altra, parlando d'un figliuolo morto: — La morte, come fa presto! Non si sa la mattina quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli. — Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata fatta colla bambina che poi le è morta: — Per la strada non si faceva altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per noi: era un non so che d'allegria per tutto. — A volte, — dice un'altra di Valdensa, — m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie. — Un'altra madre: — A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli. C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte compagne. — A rifletterci bene, dice una contadina di Montamiata, — è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito. — Un cieco delle montagne di Siena dice: — perso gli occhi, perso il mondo; la luce è la bellezza della vita. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; come brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli occhi (era diventata cieca) si è più di là che ili qua, sparisce il meglio della vita. — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza che ci cascano i lucciconi (lagrimoni) ridendo.... — Quando c'è l'amore, — dice un'altra, — tutto passa! Quello sì che è proprio un accorda cristiani! — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — Le darei il fiato per tenerla viva — Che almeno la rivegga in paradiso! Mi reggo viva in questa speranza. — Sebbene fossi più di là che di qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, mi pareva di essere più degna di stare nel mondo, ecc.