L'intrinseca virtù d'una favella

Quando lo stile riman paesano.

Ammessa questa massima, ci sarebbe da divertirsi a raccogliere tutte le espressioni e i vocaboli ricercati e ridicoli che usarono gli scrittori troppo teneri della purità per scansare le frasi e le parole nuove. Per esempio il Tommaseo esprime l'idea della giustezza, o come si dice militarmente, della precisione del tiro delle artiglierie, dicendo che i cannoni con dottamente computato émpito mandano la strage nelle mura merlate. L'Ugolini suggerisce di dire viene da ornarsi, sta ad ornarsi, vado ad ornarmi, invece di viene dalla toeletta, sta alla toeletta, va a far toeletta. Ma, signor Ugolini, io gli vorrei dire se avessi l'onore di conoscerlo, mi può ella giurare che se una signora di sua conoscenza dicesse a lei: — m'aspetti un momento, vado ad ornarmi, — ella non dovrebbe fare un leggiero sforzo per trattenersi dal ridere? — Così un dotto, ma troppo tenace purista, voleva che in scritti destinati principalmente ai soldati, io scrivessi drappello invece di plotone, berretto invece di cheppì, fiaschetta invece di borraccia. Ma se non posso — io badavo a rispondergli; — perchè il plotone non è un drappello, il berretto non è un cheppì, la borraccia non è una fiaschetta; — e se adopero una parola per l'altra, non mi capiscono più. — Non importa, — avrebbe voluto rispondermi; ma non osava, e non volendo d'altra parte rendersi complice dei miei barbarismi, si stringeva nelle spalle e mi lasciava nelle peste.

O Dio buono! Altro è dire in un vocabolario, in un trattato, in un elenco di modi errati, questa parola non va e questa frase è barbara; altro è dover esprimere quella tal cosa in una commedia, in una novella, in un qualunque scritto destinato al pubblico, dove una perifrasi sciupa una bella idea, un'espressione non immediatamente compresa manda a male un dialogo, una parola affettata o vaga o equivoca guasta tutta una descrizione. Per dare degli esempi di difficoltà superate, si citano le prose di questo o di quello, che trattano di storia, di letteratura, di morale, e si dice: — Trovateci una parola o un modo impuro, se potete. — Non ci si trova, lo so benissimo. Ma vorrei che questo e quello scrittore avessero raccontato un viaggio in strada ferrata, descritto un salotto alla moda, riferita una conversazione di signore, rappresentato un accampamento di soldati, e scritto tutto questo con spontaneità, grazia ed efficacia, senza farsi cogliere in fallo dai puristi: allora sì che mi rimetterei e mi darei del bue. Ma dove sono i modelli di questo genere di scritti? Andiamo, via; allarghiamo un po' la manica e facciamo a compatirci.

CONSIGLI

(Risposta a un giovanetto).

.... Vi dirò quello che per mia esperienza ritengo utile; ma vi prego di credere che non ho nessunissima pretensione d'insegnare. Voi, probabilmente, vi sarete già formato un parere; io v'espongo il mio. Se saremo d'accordo, tanto meglio; se vi parrà che io sbagli, darete una scrollatina di spalle, e non ci terremo il broncio per questo.

Il primo consiglio che vi darei sarebbe di far i bauli e di prendere il treno di Firenze. Se potete far questo, non m'occorre di dirvi altro per ora: vi riscriverò a Firenze. Ma se, com'è più probabile, non potete, ecco ciò che io farei se fossi in voi. Prima di tutto mi stamperei bene nella testa che lo studio della lingua è uno studio che richiede molto tempo, molta pazienza e molta regolarità: mezz'ora tutti i giorni giova più che due giorni interi ogni due settimane. E farei e cercherei di mantenere i seguenti propositi: — Parlare il meno possibile il mio dialetto. — Parlando italiano, parlar sempre con cura, sorvegliare sempre me stesso, e purgare il mio linguaggio di tutti i grossi errori di grammatica e di proprietà, non avvertiti, che sfuggono nella maggior parte d'Italia a quasi tutte le persone colte. — Terzo, correggere e perfezionare la mia pronunzia: il che può far benissimo un italiano di qualunque provincia, senza cadere nell'affettazione e senza riuscir ridicolo, purchè lo faccia a poco a poco e non lasciando apparire lo sforzo. — Per riuscire a scriver bene non mi pare che ci sia mezzo migliore che quello di cominciare a parlar bene, poichè se è vero che lo scrivere è un parlare pensato, chi parla bene non avrà più, pensando per scrivere, che da perfezionare, mentre chi parla male, dovrà far doppio lavoro: ossia evitar di scrivere gli spropositi che gli escono abitualmente dalla bocca, e poi con un secondo sforzo della mente, fare quello che l'altro fa alla prima. Ora, non capisco come si possa riuscire a parlar bene senza pronunziar bene, poichè mi pare che qualunque più bella espressione italiana perda della sua efficacia se è pronunziata coll'accento e i suoni del dialetto; e la perde non solo per chi ascolta, ma anche per chi parla.

Dopo questo farei una volta per sempre la fatica di leggere e di annotare tutto il vocabolario, e lascerei che i grulli ridessero di questa pedanteria. L'ha fatta il Manzoni, l'ha fatta il Grossi, l'ha fatta Teofilo Gautier, il più colorito e più ricco scrittore della Francia; e non erano pedanti. Farei così: raggrupperei tutti i vocaboli e modi notati nel vocabolario intorno a un certo numero di argomenti: per esempio, campagna, arte, industria, morale, architettura, vestiario, movimento, affari, affetti, ecc.; e intorno a ognuno di questi argomenti raccoglierei poi a mano a mano tutto quello che mi verrebbe fatto di notare nei libri. Un quaderno dunque! Uno sgobbo da scolaretto! E sia pure. Capisco che molti ridono di queste cose, e dicono che bisogna studiare in una maniera più larga. Ma mi consolerei pensando che in questa maniera stretta studiarono la lingua il Monti, il Foscolo, il Leopardi, il Giusti, il Guerrazzi; che, poveretti, credevano ancora ai quaderni. Ma che norma seguire nell'annotare e nello scegliere? Non lo so dire. In certe cose non si possono dar consigli. Io sceglierei ciò che mi bisogna e ciò che mi piace. Vi son parole e modi antipatici a uno, simpatici a un altro. Chi li trova antipatici non li adopera mai quand'anche li veda adoperati da tutti. È dunque inutile che li noti e li ritenga a mente. Per esempio, vi sono degli scrittori che per cento lire non scriverebbero ad ogni piè sospinto. Ma è italiano! direte. Lo so, — vi rispondono; — ma lo detesto. — Il gusto deve andare innanzi a tutto. Quindi in questo lavoro di scegliere vocaboli e modi, ciascuno deve fare quello che gli pare. Se fa male, ossia contro il gusto dei più, peggio per lui; non c'è altro da dire.

Dopo il vocabolario, i libri. Io leggerei quasi esclusivamente libri toscani, anche quei di poco o nessun valore per la sostanza, perchè in un libro scritto da un toscano c'è sempre, in fatto di lingua, qualche cosa da imparare; intendo di dire qualcosa di speciale, come diceva il Grossi, di vivo, che non si trova negli scritti più forbiti degli altri italiani. Tra questi libri toscani, ne sceglierei alcuni, od anche uno solo, da leggere ad alta voce o da farmi leggere mezz'ora tutti i giorni. Conosco un tale che scelse l'epistolario del Giusti. Ci sono molte affettazioni, molte smorfie; v'è in qualche punto la caricatura della naturalezza; v'è spinto sovente fino all'eccesso quello ch'egli chiamava il parlare da serve o parlare alla casalinga, il contrario di quello definito da lui: — parlare tirato a chiaro d'ovo di grammatica e di vocabolario. — Ma è tanto ricco, tanto sciolto! v'è un fare così da padrone che, a studiarlo con discernimento, ci si può imparare più che in cento altri libri inappuntabili. Ma bisogna tempestarci su molto tempo, — anni ed anni, — ogni giorno un po'; — bisogna digerirlo e ridigerirlo; — empirsene la testa e gli orecchi in modo che tutti i momenti, a tutti i propositi, ci vengano alla memoria e sulle labbra quei modi, quei suoni, quei periodi. E questo si può dire di tutti gli altri libri. Leggerne pochi, ma con infaticabile perseveranza, fin che vengano a noia; fin che, lasciando cader gli occhi sopra una pagina qualunque la memoria precorra lo sguardo, e torni quasi inutile proseguire la lettura. E studiare a memoria molto e ridire ad alta voce le cose studiate, fin che s'è molto giovani, come scrisse Giacomo Zanella; perchè a una certa età questa fatica si può continuare a farla se si è sempre fatta; ma non si comincia a fare a caso vergine; e chi non possiede una buona quantità di lingua prima dei venticinque anni, è raro che l'acquisti dopo.