La conversazione non terminò qui; ma non approdò a nulla perchè il linguista non ebbe il coraggio di dare il suo consenso assoluto alla parola patinare. Allora mi rivolsi a uno scrittore e parlatore elegantissimo, — un uomo che il Giusti diceva pieno zeppo d'ingegno e del quale il Manzoni faceva grandissimo conto in materia di lingua, — e questo signore ebbe la bontà di scrivermi la lettera che segue:

«E il suo patiner? Ella ha senza dubbio preso a quest'ora il suo partito, e io mi sarei trovato molto impicciato a suggerirgliene uno. Che vuole! Il bimbo si battezza dove nasce, e poi gira il mondo portando attorno per tutto il suo nome. Così le cose che a noi vengon di fuori ci vengono col nome che hanno, e la parola che è stata per noi il mezzo di cognizione, il più delle volte rimane. Per questo non c'è la minima difficoltà in nessuna parte del mondo, e consommé, per dirne una, è parola di tutte le lingue, che si dice a Londra e a Pietroburgo come a Parigi. Noi italiani facciamo prima le boccacce e ci proviamo chi in un modo e chi nell'altro a tenere indietro queste parole forestiere, e a peggio andare, per non usare la parola scansiamo di nominare la cosa. Ma le sono ubbie queste, e i fatti son fatti, e sono all'ultimo i padroni del mondo. La conclusione è che noi abbiamo dato agli altri le parole finchè abbiamo dato le cose. Ma ora che di maestri siamo diventati discepoli, invece di dare prendiamo, e questo è sempre meglio che nulla. Io direi dunque patinare essendo questo il solo modo di dire la cosa. Non volendo passare sotto queste forche, uno scrittore ha sempre modo di uscirne. Si descrive, si definisce invece di nominare. Si pigliano vocaboli che hanno un senso affine, e con qualche aggiunto, o colla loro collocazione, si fa tanto che il lettore capisce quello che s'è voluto dire; ma capisce insieme che la parola venuta alla bocca non era quella, e che l'autore ha dovuto stillarsi il cervello per trovarne un'altra, la quale sarà in ogni caso una traduzione più o meno felice della prima, che un altro rifarà poi a suo modo, più o meno felicemente; cosicchè invece d'aver un modo spiccio, sicuro, comune, se n'avrà molti, anzi nessuno, perchè i molti e il nessuno son pure sinonimi quando si parla di lingua.»

Dunque? Dunque io direi d'aver sempre presenti, in fatto di lingua, questi due detti: uno del Leopardi, l'altro del Giusti.

Il Leopardi, domandato da suo fratello Carlo se una certa parola, che non si trovava nei buoni autori, si potesse usare: — È vero, — rispose, — che i buoni scrittori non l'hanno usata; ma non hanno nemmeno lasciato per testamento che non si potesse usare.

E il Giusti, a proposito di diligenza, parola francese, che, a suo avviso, aspettava cittadinanza dalla Crusca e la doveva ottenere perchè il

cambio delle voci

Fra gente e gente, come l'ombra al corpo,

Tien dietro al cambio delle cose umane

disse:

Nè straniero vocabolo corrompe