Fin che, in una conversazione di molta gente, si trattava di parlare, colle solite frasi coniate, di politica, di letteratura, di teatri, il mio italiano correva a meraviglia. Ma quando ero faccia a faccia con una signora, e dovevo parlare delle mie faccenduole, esprimere sentimenti intimi, rispondere collo scherzo allo scherzo, raccontare, descrivere, discutere intorno ad argomenti delicatissimi, dire, in una parola, quei mille nienti di cui s'alimenta la conversazione famigliare libera e vagabonda, a tavola e accanto al fuoco; allora la mia lingua era restía, i miei frasoni scappavano come uccellacci selvatici, volevo dire una cosa e ne dicevo un'altra, m'impigliavo nei miei periodi come dentro una rete, stentavo, m'indispettivo, e qualche volta rinunziavo a esternare un mio pensiero per paura di non riuscirci. Quanti sorrisi leggerissimi ho visti guizzare sulle labbra dei miei ascoltatori, mentre parlavo; sorrisi che allora mi facevano fremere, e che ora benedico, perchè m'accorgo che furono i più utili insegnamenti che io m'abbia avuti in materia di lingua! Qualche volta una signora cortese mi dava amabilmente la baia, e anche questa era una eccellente correzione. — Il tale, — io dicevo, — s'appressò a me. — T'appressa, Oreste! — essa esclamava con accento tragico. — Io esprimevo l'idea più semplice, poniamo il caso, con una frase ricercata ed altisonante, ed essa esclamava: — Oh come parla bene! — Ogni giorno cadeva dal mio vocabolario, ferito a morte da uno scherzo affilato, un piemontesismo, un francesismo, una pedanteria, una frase poetica. Ogni giorno mi confermavo meglio nella dolorosa persuasione che invece di parlare italiano, componevo; che il mio tesoro linguistico era uno scrigno di diamanti falsi, e che se volevo riuscire a parlare e a scrivere a dovere, dovevo rimettermi a studiar daccapo. Son pur bestia! dicevo come Vittorio Alfieri nel suo sonetto a monna Vocaboliera.
Ma il cimento più duro per il mio amor proprio fu quando misi per la prima volta in mani fiorentine gli stamponi dei miei poveri scritti. Una signora mi presentò un giorno una quarantina di pagine tutte tempestate di punti neri. Mi morsi le labbra dal dispetto. — Vediamo, — dissi con la più profonda sicurezza di riuscir vittorioso alla prova, — vediamo e discutiamo. — Cospetto! — pensavo: — scrivere è tutt'altra cosa che parlare. Mi può essere sfuggito qualche sproposito; ma cento, non credo. Son fresco di studi, so dove ho pescato la mia lingua, citerò i passi degli scrittori. La vedremo.
Si cominciò.
— Questa frase non va, — mi diceva.
— Perchè non va?
— Perchè non ha garbo, perchè non viene spontanea a chi vuol dire quello che lei ha voluto dire.
— Ma l'ha adoperata il tale dei tali, e dicevo il nome d'uno scrittore consacrato.
— Me ne dispiace per lui; ha fatto male ad adoperarla; io non l'adoprerei davvero.
— Ma è o non è italiana?
— Ma anche conciofossecosacchè è italiano. Lei l'userebbe per questo?