— Ma è italiano! — io dicevo.
— Ma e batti con questo italiano! Vuole scommettere che senza dire mai nè una parola nè una frase che non sia italiana, io, questa sera, nel mio salotto, parlo in maniera da far scappare tutti i miei amici?
Non erano mica, come si vede, correzioni di errori di grammatica o d'altri strafalcioni gravi. Erano quasi sempre cambiamenti di una parola in un'altra di senso affine, trasposizioni, raddrizzamenti di frasi torte, tocchi e ritocchi da nulla; ma che facevan mutar faccia a un periodo e colore a un pensiero, e dove il lettore avrebbe inarcato le ciglia o non badato, facevano sì che o non badasse o sorridesse di compiacenza. Era soprattutto un insegnamento continuo intorno al modo di distribuire e di combinare tutta quella parte minuta della lingua, tutto quel tritume di monosillabi, che è la maggior difficoltà delle lingue moderne; di distribuirlo e di combinarlo in maniera, che il linguaggio non ne rimanesse irto e rotto, le giunture dei periodi rigide, i passaggi stentati, il suono sgradevole, come vediamo accadere al più degli scrittori non toscani. Erano delicatezze di lingua alle quali non avevo mai pensato, che anzi non avevo mai neppur sentite nei buoni scrittori, o le avevo sentite nell'effetto complessivo del loro modo di scrivere; ma senza rendermi ragione del come e del perchè. — Paiono inezie, — mi diceva quella colta signora; — e molti ne ridono; ma a pensarci bene, sono cose essenziali per chi voglia scriver bene. Perchè in che altro si distingue uno scrittore elegante ed efficace da uno scrittore rozzo e sgradevole? Scriverebbero tutti bene ad un modo, se lo scriver bene consistesse nel non violar la grammatica, nel non adoperare nessuna parola e nessuna frase della quale non vi sia esempio negli scrittori, nel far capire, presso a poco, quello che si pensa. L'eleganza, la grazia, l'arte vera del parlare e dello scrivere, sta tutta nelle segrete cose, nei nonnulla che sfuggono all'attenzione dei più, in un'armonia che gli orecchi non educati non sentono. E in questo, se ne persuada pure, signor mio, e lasci dir la gente: i toscani possono insegnare qualche cosa ai loro fratelli d'Italia.
Di questa verità non erano persuasi, neppure dopo due o tre anni di soggiorno a Firenze, molti Italiani delle Provincie settentrionali, per i quali l'aspirazione toscana, il te per il tu, il dai retta per il dà retta, l'un per il non, e qualche altro idiotismo eran cose che, messe nella bilancia, facevano saltare in aria tutte le grazie, tutte le ricchezze, tutte le meraviglie del linguaggio toscano. Ma nel fatto era come se ne fossero persuasissimi; perchè senza volerlo, imparavano a parlare ed a scrivere; la loro lingua si snodava; adoperavano, senza accorgersene, modi vivacissimi e frasi semplici e piene di garbo, per dir cose che esprimevano prima con perifrasi e giri di parole ridicoli; si abituavano a raccontare e a scherzare senza compasso e senza fatica; e in fine canzonavano l'italiano stentato e mal connesso dei nuovi arrivati a Firenze, e trovavano insopportabili certe maniere di scrivere che avevano ammirate fino allora con pecoraggine scolaresca.
Vi sono però molti, i quali andarono per qualche loro faccenda a Firenze, stettero una settimana all'albergo, sentirono bestemmiare i fiacchierai in piazza della Signoria, colsero a volo qualche frammento di conversazione in mezzo alle erbivendole di Mercato Vecchio, passarono tutt'al più una serata in una famiglia fiorentina, e poi tornati a casa, dissero che a Firenze non c'è da imparare che qualche idiotismo, che la lingua italiana non è là, che un qualunque italiano colto può parlar meglio d'un toscano, che l'idea del Manzoni è una stramberia.
Dio vi perdoni e vi converta, signori.
UN BEL PARLATORE
Ogni volta che l'ho sentito parlare, mi sono persuaso che sono un barbaro e son tornato a casa umiliato.
Non so come parli alla Camera e sulla cattedra; suppongo che parli bene; ma non credo che l'eloquenza politica e la scolastica siano la sua vera eloquenza. Bisogna sentirlo in conversazione.
Qui è veramente ammirabile.