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È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto, questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita, fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi rattrista.

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Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo, ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre ragionevoli.

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Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah! non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una notte di lavoro, scontare ogni tuo vestitino nuovo con una ruga della fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora.

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Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca, la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime, chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi; e poi tornare a casa pensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente colla fronte inchiodata sulla culla.

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Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio destino.