I primi momenti in cui si trovano l'uno di fronte all'altro un uomo illustre e uno sconosciuto che è stato spinto verso di lui da un sentimento di ammirazione e di affetto, passano quasi sempre in silenzio, poichè il visitatore, lì per lì, è occupato suo malgrado a fare un raffronto tra la persona che ha dinanzi e quella che si raffigurava; e l'uomo illustre, dal canto suo, indovinando quel raffronto, per quanto sia superiore ad ogni sentimento di vanità, rimane sospeso nell'atto di cercar negli occhi dell'ammiratore l'impressione che la sua persona gli produce. Fuor che nei momenti dell'inspirazione, il viso di uno scrittore o d'un artista non riflette mai così limpidamente la bellezza dell'ingegno e del cuore. Vi si vede una soddisfazione serena, mista a un non so qual leggiero turbamento di pudore virile, che farebbe parer bello anche un viso non bello, e desterebbe un moto di simpatia anche in un'anima dalla quale fosse svaporata ogni freschezza di sentimenti gentili.

Il Ruffini ha l'aspetto d'un buon padre di famiglia; uno di quei bei volti aperti e soavi, che in questi tempi, come dicono coloro che hanno per intercalare il mondo peggiora, non si vedono più; una di quelle fisonomie che ricordano certi grandi ritratti che ornan le sale delle case patrizie. Così a occhio si direbbe che ha una sessantina d'anni; e godo di poter aggiungere che ha l'apparenza d'un uomo destinato a sbarcarne altri sessanta. Però malgrado il suo aspetto pacato, s'indovina da certi moti risentiti delle labbra e da certi suoni profondi della voce, che la sua vita deve essere stata agitata da passioni vigorose e afflitta da qualche grande dolore. Come nelle pagine del Dottor Antonio, così sul suo viso, nel suo accento, nei suoi discorsi vi è qualche cosa di melanconico. Ma è una melanconia temperata di tanta benignità e di tanta dolcezza, che non se ne sente punto l'amaro. Ha poi una semplicità infantile di modi e di linguaggio, che vi fa parere d'essergli sempre vissuti insieme, e una maniera di guardarvi e d'interrogarvi come se foste voi in casa vostra, ed egli ci fosse venuto, mosso dallo stesso sentimento che condusse voi a casa sua.

Alle prime parole che gl'intesi dire fui meravigliato che non avesse perduto l'accento genovese dopo tanti anni che vive lontano dal suo paese. È nato a Taggia, vicino a San Remo, su quella beata riviera ligure che egli dipinse con una meravigliosa freschezza di colori nel suo secondo romanzo. Si sa che nel 1848 i suoi concittadini lo mandarono al Parlamento piemontese, e che lo rielessero non è molto, benchè egli dichiarasse che non avrebbe accettato il mandato, come in fatti non l'accettò, per non spellar la mano nei ferri dell'altrui bottega. Ora vive un po' a Londra, un po' in Isvizzera e un po' a Parigi; ma più lungamente a Parigi, dove ha molti amici e molti ricordi. È stato gravemente malato or fa un anno, credo appunto in Parigi, e non s'è ancora rimesso affatto dalla malattia; ma la sua è una convalescenza colla quale molti uomini di pari età vorrebbero poter cangiare la propria salute.

Gli feci quella solita dimanda, che per gli uomini come lui dev'essere importuna come una mosca, tanto spesso e da tanti se la senton fare! ma che pure è naturalissima, e scappa dalla bocca prima che si sia pensato a mandarla fuori: — E ora che sta facendo?

— Non faccio nulla — rispose — perchè non ho niente da dire. —

Risposta semplicissima che chiude una profonda sentenza: — Scrivere quando si ha bisogno di scrivere, — o come diceva il Manzoni — aspettare che la musa ci venga a cercare, e non iscalmanarsi a correr dietro alla musa. — E poi soggiunse per chiarir meglio il suo pensiero:

— Ognuno non ha che una certa quantità di roba nel sacco, e quando il sacco s'è vuotato, se si vuol continuare a dare, non si dan più che parole —

Gli domandai se nei soggetti de' suoi romanzi ci fosse il fondamento d'un qualche fatto vero e n'ebbi la risposta che m'aspettavo. Egli ha conosciuto quasi tutti i suoi personaggi, ha raccontato i loro casi, s'è servito delle loro parole. Di qui l'efficacissimo colore di verità che brilla nei suoi racconti, i dialoghi che par di sentire piuttosto che di leggere, e i personaggi che, a libro chiuso, si confondono nella memoria del lettore con gente vera ch'egli conobbe in altri tempi, così che alle volte gli bisogna quasi fare un atto di riflessione per separare le persone dalle larve. Dio sa quante cose gli avrei domandato intorno ai suoi libri, ai suoi studî e alla sua vita se non me ne avesse trattenuto il timore che egli, osservatore sottile, mi leggesse negli occhi il proposito segreto di spiattellare in una gazzetta tutto quello che gli usciva dalla bocca. E perciò fui costretto a lasciar cascare la conversazione sull'interpellanza contro il decreto del prefetto di Lione e sulla discussione intorno all'ordine della Legion di Onore. Il Ruffini conosce la Francia intus et in cute, e spiega, parlando di politica, quell'accorgimento fino e quel buon senso rettissimo, col quale suol giudicare gli uomini e le cose nei suoi romanzi; ma pure non mi potei trattenere dall'interrompere quei suoi discorsi per ricondurlo a parlare di sè, e cogliendo a volo tutti gli appicchi ch'egli diede involontariamente alle mie interrogazioni indiscrete, riuscii a raccapezzare qualcosa.

Come abbia cominciato la sua vita letteraria, i più, credo, lo sanno. Emigrò giovanissimo, andò a Londra, e trovandosi corto a denari, dovette pensare a guadagnarsi la vita col lavoro. Prima d'allora non avea scritto altro che articoli per gazzette, e benchè si sentisse dentro quella certa smania inesplicabile che agitava l'anima del Giusti prima che si fosse rivelato a sè stesso, non aveva mai sognato di salire un giorno su per la sterminata scala dell'arte fino all'altezza a cui è salito. Gli venne in mente di scrivere un libro — che fu poi il Lorenzo Benoni — per far conoscere in Inghilterra quel periodo importantissimo della vita italiana, e destar così un sentimento di simpatia per il suo paese «che allora aveva bisogno di tutti.» Manifestò il suo disegno ad alcuni amici che lo approvarono, e trattò della pubblicazione coll'editore d'un giornale, che lo esortò a scrivere i primi capitoli, i quali sarebbero stati stampati subito per tastare l'opinione pubblica, e o smettere a tempo o tirare innanzi di buono. Il Ruffini scrisse le prime cento pagine e gliele portò; ma l'editore non fu soddisfatto, e cangiato avviso, volle vedere il lavoro finito prima di cominciarne la stampa. Allora il Ruffini si perdette d'animo, buttò in un canto il suo manoscritto e si dedicò ad altre cose. Qualche tempo dopo, essendo andato a Parigi e avendo dato a leggere quel poco che aveva fatto ad una colta ed arguta signora, che gliene fece caldissime lodi, e lo spronò vigorosamente a scrivere, riprese animo, si rimise al lavoro, lo condusse a fine, e mandò il romanzo con una lettera di raccomandazione di suo fratello, a un editore di Edimburgo, il quale approvò, stampò e ricompensò l'autore con cento lire sterline: non sperata fortuna! che fu, come tutti sanno, il primo anello d'una catena d'oro. Il Lorenzo ebbe un successo splendido; la stampa inglese incoraggiò l'autore con larghissime lodi; lo stesso Mazzini, benchè in quel libro ci fosse qualche nota stridente per un orecchio repubblicano, gli espresse per lettera la sua ammirazione; la fama del Ruffini fu assicurata. Poi venne il Dottor Antonio, e dopo il Dottor Antonio, tutti gli altri gioielli smaglianti di limpidissima luce.

Come ha potuto il Ruffini ridursi in grado di scrivere in inglese, per quanto si assicura, puro, facile ed elegante, in così breve tempo, poichè egli medesimo dice che quando andò in Inghilterra non conosceva che pochissimo la lingua? Voglio che un ingegno potente divini, in gran parte, il linguaggio del quale ha bisogno per rivelarsi ed espandersi; ma quanto deve aver faticato in quelle prime lotte del pensiero colla parola, così lunghe e difficili anche per chi scrive nella lingua che gli è famigliare dall'infanzia, egli che doveva scrivere in una lingua straniera, e tanto diversa dalla sua! Io credo che quando va a Londra, non dimentichi mai di visitare quella stanzina al quarto piano, nella quale vegliò le prime notti, colla mente affollata di pensieri e d'immagini che non trovavan l'uscita, e il cuore gonfio d'affetti che prorompevano in lagrime prima che in parole! Chi avesse potuto in quei momenti susurrargli nell'orecchio con uno di quegli accenti di voce sovrumana che annunziano il futuro agli eroi delle leggende: — Tu sarai ricco, celebre ed amato in questo paese, nel tuo, in molti altri, per una lunga vita e dopo la vita!