È facile avvedersi da qualche parola buttata qua e là che il Ruffini si dà pensiero del rimprovero che molti gli potrebbero fare, che qualcuno gli fece, d'aver scritto in inglese invece che in italiano. Per me credo che non occorra nemmeno discolparlo. Per potergli fare un carico d'aver scritto in inglese, bisognerebbe potergli anche scrivere a colpa di aver emigrato, d'esser andato a Londra, di essersi trovato nella strettezza, di aver avuto bisogno di farsi capire dalla gente da cui voleva farsi leggere. D'altra parte i suoi libri, benchè scritti in inglese, sono tanto italiani e per soggetto e per sentimento e per scopo, che si può quasi affermare che appartengono alla letteratura italiana più che alla letteratura inglese. Scritti in italiano, non si sarebbero certamente diffusi quanto si diffusero, e non avrebbero ottenuto in egual misura lo scopo che l'autore si propose: — di far conoscere ed amare l'Italia fuori d'Italia. — Il Ruffini ha fatto una buona azione in inglese; e una buona azione è sempre una buona azione in qualunque forma la si faccia; e il nostro amor proprio nazionale non è punto meno solleticato da che gl'Inglesi ci dicano: — Alcuni dei nostri più cari romanzi sono d'un Italiano; — che dal poter dir noi: — abbiamo un Italiano che scrisse alcuni romanzi degni di stare accanto ai più cari romanzi inglesi. —

I romanzi del Ruffini furono tradotti in molte lingue. Mi parlò egli stesso di una traduzione tedesca che si fece mesi sono, e da quanto mi parve di capire, tutte queste traduzioni gli fruttarono qualche cosa, — eccettuate le traduzioni italiane — dalle quali non gli venne il bellissimo nulla. Non lo disse, ma credo di poterlo affermare; e mi spiace di poterlo affermare. Eppure i libri del Ruffini furono e sono tuttora molto letti in Italia. Dal che si può tirare una conseguenza che non è onorevole per il commercio letterario italiano.

S'informò delle condizioni della nostra stampa letteraria e mi domandò che vita possa menare fra noi uno scrittore al quale non manchi il favore pubblico. Gli risposi che in Italia, uno scrittore al quale il pubblico sia favorevolissimo, può oramai considerarsi quasi sicuro di non morir di fame, purchè lavori il doppio di quello che dovrebbe per rispetto all'arte sua e per riguardo alla propria salute, e purchè i suoi libri abbiano una straordinaria diffusione. E siccome mi nominò uno scrittore giovane, autore di alcuni romanzi dei quali si fecero parecchie edizioni, gli avrei voluto far sapere che appunto quello scrittore, che pure si può annoverare tra i più fortunati del giorno, può scrivere ogni sera qualche pagina di romanzo, perchè lungo il giorno ne scrive molte, e Dio sa che camiciate gli costano, sul corso forzoso, sulle imposte comunali e sui progetti di strade ferrate. E gliene avrei potuto nominare un altro, morto giovane, ch'era pieno d'ingegno e d'affetto, e operosissimo, e i cui libri si leggevano avidamente, e che pure, non molto tempo prima di morire, si trovava ridotto a desinare di castagne secche. E gli avrei potuto anche dire d'un uomo illustre, vivente, autore di alcune opere note anche fuori d'Italia, che per reggersi ritto, scrive ogni giorno una lettera politica a un giornale di provincia, che manda cento lire al mese a un amico suo, il quale si fa passare per corrispondente, e rimette i denari a lui, che salva così il pudore della povertà. Il Ruffini che s'è fatto una piccola fortuna con quattro novelle, avrebbe sorriso se gli avessi detto queste cose. Certo che si può obbiettare: — Scrivete delle novelle come le sue. — Ma tra farsi una fortuna e campare, ci corre più che tra le novelle del Ruffini e gli scritti di coloro che ho accennati, benchè ci corra moltissimo. E non dico questo per cavarne un'accusa contro l'Italia; ma per dire le cose come sono.

Non so quanto tempo io sia rimasto con quel caro uomo, — medico di anime e fattore di galantuomini, — cogli occhi fissi nei suoi e colla mente tesa per cogliere ogni suo pensiero e impadronirmi di ogni sua parola. E mi pareva di vedere intorno a lui, come un corteo, tutti i gentili fantasmi che ci fece amare nei suoi libri, e lontano, in fondo al quadro che mi rappresentavo colla fantasia, quella bella marina ligure, quel bel cielo, quel lido verde e queto, ch'egli ci fece parere più bello e ci rese più caro. E udendolo parlare italiano così un po' lentamente e con qualche giro di frase straniera, e pensando ai lunghi anni ch'egli visse fuori della sua patria, e al suo soggiorno in Francia, e ai suoi viaggi in Isvizzera e in Inghilterra, che lo allontanano da noi, provavo come un senso di mestizia, e gli avrei voluto dire quello che ora scrivo, non per chi leggerà, ma proprio per lui: — Tornate fra noi, caro amico, che se non abbiamo potuto agevolare i primi passi che faceste sulla nobile via delle lettere, nè raccoglier di prima mano i fiori di cui l'avete cosparsa, v'abbiamo però accompagnato da lontano con un sentimento d'orgoglio, misto di rammarico e di desiderio. Tornate fra noi perchè abbiamo bisogno d'una persona cara e venerabile, sulla quale versare una parte dell'affetto che avevamo accumulato sul capo di quel vecchio illustre, del quale voi avete la bell'anima, e se non pari gloria, la stessa gloria: quella di aver fatto del bene. —

Uscendo di casa sua, mi accorsi che per la prima volta, dopo due mesi che stavo a Parigi, mi sentivo libero da un certo stordimento, da un turbinio di desiderî, da non so che tumulto del cuore e della testa, che non mi lasciava ben avere, nè lavorare, nè pensare, come se ogni giorno fosse il giorno dell'arrivo, e che a volte mi prostrava in uno sgomento da non potersi esprimere, come di chi credesse d'esser diventato tutt'ad un tratto povero, stupido, nullo, e che tutti, incontrandolo, dovessero sentir compassione di lui. Il Ruffini mi guarì da questa malattia. Dopo di allora non l'ho più visto. Se gli cadranno sott'occhio queste pagine, pensi che i medici debbono tollerare le piccole indiscretezze dei malati — accetti la, mia pubblica professione di gratitudine, — sorrida, — e mi perdoni.

1873.

L'AMORE DEI LIBRI

Un tale, tempo fa, scrisse contro la pessima abitudine di moltissimi italiani, i quali benchè siano dediti alla lettura e possano spendere, non comprano mai un libro.

Le cagioni di quest'abitudine di non comprare, o meglio, di questa mancanza dell'abitudine di comprare, son molte; ma le principali mi paion queste: che la libreria non è ancora considerata come un mobile necessario al decoro della casa, che il libro non è ancora capito come oggetto d'ornamento, che si ama la lettura, infine, ma che non si ama ancora il libro.

Io credo infatti che di tutti i mobili quello che si vende meno in Italia sia lo scaffale.