Sono in dubbio, porche da un lato mi trattiene il timore di peccare d’indelicatezza pubblicando cose dette da quell’uomo in un colloquio privato; tanto più che so che gli spiace, e che dall’indiscrezione di altri ebbe già in parecchie occasioni dei sopraccapi. E dall’altro lato, la certezza di giovare con quell’esempio a qualcuno, specialmente ai giovani che scrivono con grande ardore e si scoraggiano con grande facilità, mi stimola a propalarlo.... E farò così: non dirò il nome della persona, per riparare in parte all’indiscrezione.

Il giovane della lettera, dunque, ebbe la fortuna di parlare con quell’uomo uno degli ultimi giorni dell’anno 1867. Non lo vedeva allora per la prima volta; ma entrò nullameno in casa sua con viva trepidazione, come segue a tutti, vecchi o giovani, illustri od oscuri, che si presentino a lui. Nel momento in cui egli entrò, il grande scrittore s’accostava al camminetto con due pezzi di legna in mano; il giovane salutandolo rispettosamente, glieli tolse di mano e si chinò per metterli sul fuoco. Ma siccome il metter bene due pezzi di legna sul fuoco, quando ce n’è già un mucchio che minaccia di scomporsi e di spandersi, non è un’impresa facile, specialmente per chi sia un po’ confuso dalla presenza d’un uomo illustre, e tanto più se debba far quel lavoro sotto i suoi occhi, così il povero giovane gingillò un pezzo colle mani, provò e riprovò, si scottò le dita, s’insudiciò di cenere, e finì col lasciar cadere i due pezzi di legna a caso, in modo che tutti gli altri si ruppero sotto il colpo, ne uscì un nuvolo di scintille, la brace si sparpagliò sul pavimento e il fuoco si spense. Egli si rialzò col viso rosso come una ciliegia, facendo un atto che voleva dire: — Perdoni! — e un altro che significava: — Sono un tanghero! — e Dio sa se in quel punto non si sarebbe andato a rimpiattare per la vergogna! Ma il venerando vecchio fece un sorriso così allegro, così benevolo, in cui si leggeva così chiaramente ch’egli aveva capito la cagione prima di quel sottosopra, — la commozione prodotta dalla sua presenza, — che il giovane si rincorò a un tratto, sorrise alla sua volta, e dato di piglio alle molle riaccomodò ogni cosa in un batter d’occhio. Ma quel sorriso, ripeto, era stato così caro, aveva espresso così ingenuamente l’anima buona e gentile di quell’uomo, aveva rivelato così appieno il suo finissimo acume d’osservatore, che il giovane, d’allora in poi, l’ha sempre avuto dinanzi agli occhi come l’espressione abituale della sua fisonomia; e ogni volta che ci pensa riprova un senso di dolcezza vivissima, e benedice quei due pezzi di legna, quel suo imbarazzo, quel suo rossore, e n’è assai più lieto che se avesse riportato il difficile trionfo d’una grande e repentina fiammata.

O dove divago?

Vengo all’esempio.... Ma prima un’altra cosa. Quante curiosità vi assalgono nella stanza di un grande scrittore, specialmente se sapete ch’egli ha un’opera manoscritta in pronto per la stampa, finita, corretta, e che quest’opera è lì sopra un tavolino accanto a voi, un mucchio di fogli, tutti in un carattere nitido e grande, da poterne leggere qualche parola di sfuggita! E quanto più viva è la vostra curiosità quando sappiate che quest’opera è il frutto degli studi e delle meditazioni di trent’anni, che fu cominciata e proseguita in segreto fino a due o tre anni addietro, che forse non sarà pubblicata che dopo la morte (lontana, Dio voglia) dell’autore, e che tratta una delle più feconde e solenni quistioni della storia moderna! E poi la curiosità di vedere sullo scrittoio di quell’uomo quali sono i libri ch’egli legge usualmente, quali, tra questi, i più logori, e le pagine piegate, e le postille sul margine; e di tutti i libricciatoli della giornata quali sono penetrati sin là; e fra le innumerevoli lettere che gli si scrivono, quali quelle ch’egli ha messo in disparte per la risposta, e di chi! Che folla di curiosità! Ebbene, a un dato momento, lui uscì dalla stanza, e il giovane rimase qualche minuto solo! Sulle prime stette immobile, guardava intorno titubante, tremava. Poi si slanciò al tavolino, e cominciò a leggere in fretta e in furia il manoscritto, ansando e guardando all’uscio a ogni parola; avrebbe voluto divorarlo in un istante, scolpirselo nella memoria, portarselo via tutto; e leggeva sempre più a precipizio, e le parole e le righe, gli tremolavano e gli si confondevano allo sguardo come i tratti d’un volto riflesso dall’acqua agitata; e la mente non afferrava nulla, e cresceva la smania, e incalzava la paura.... Dio eterno! L’illustre ospite apparve sull’uscio prima che quel disgraziato giovane si allontanasse dal tavolino! Questa volta diventò pallido e abbassò il capo senza fiatare. Ma rialzando gli occhi poco dopo con grande ansietà, ebbe un palpito di gioia infantile: l’ospite illustre sorrideva, ed era daccapo quel sorriso allegro, benevolo, fine, che diceva: — Ho capito, ho capito, leggi pure.

Oh benedetta la curiosità!

Ma l’esempio?

Ora ci vengo.... Ancora una parola. Lui — l’innominato — era uscito dalla stanza per andare a prendere un libro, che, appena tornato, posò sul tavolino, sotto gli occhi del giovane, dicendo: — Se lo tenga. — Era un grosso libro, la più celebrata delle sue opere, ornata di molte incisioni che il giovane non aveva mai viste. Questi cominciò a guardare le prime pagine, e l’impressione che gli fecero quei disegni, rappresentanti personaggi, luoghi e fatti famigliari e carissimi a lui fin dalle prime letture della fanciullezza, fu così schietta e viva, che ad ogni voltar di pagina, prorompeva in esclamazioni e voci di sorpresa e di contentezza, come al rivedere amici antichi, ridendo, battendo la mano sulla tavola, sobbalzando sulla seggiola, dimenticando affatto che c’era là presente quell’uomo. — Oh guarda chi vedo! — esclamava — Così proprio me l’immaginavo! — E quest’altro! — Ti riconosco! — Oh! eccolo qui quel tale! — Oh bello! la casa, la chiesa, il sagrato.... — A un tratto si ricordò di lui che era presente, tacque, si vergognò di quella vivacità smodata, e pensando d’aver fatto la figura d’un ragazzaccio senza garbo nè grazia, e che forse il viso del suo ospite glielo avrebbe fatto capire con quell’espressione incerta tra la stizza e la pietà che si assume in simili casi, alzò gli occhi timidamente.... Un altro sorriso! Un sorriso più amorevole e più caro del primo! Un sorriso che rifletteva tutta la compiacenza segreta del giovane lettore, un sorriso che ringraziava e animava, e diceva: — Capisco, capisco, ridi pure.

Ma l’esempio!

Eccomi. Si venne a parlare della smania che hanno certuni di aver lettere dagli uomini di grido, dell’insistenza con cui le domandano, dell’abuso che ne fanno poi quando le ottengono, menandone vanto, non già come di favore ottenuto a furia d’istanze, e accordato per puro debito di cortesia, ma come omaggio particolare e spontaneo reso a loro, senza che essi se l’aspettassero, senza che ci avessero mai neanco pensato. Il giovane diceva appunto d’aver visto una lettera d’un tale al poeta R., colla quale, senza una ragione al mondo, lo pregava per quello che aveva di più caro e di più sacro a scrivergli, a mandargli almeno una carta di visita con qualche riga, una parola, il suo nome, quello che volesse, purchè scritto da lui. Il poeta tocco da così calda preghiera, gli mandò una sua carta di visita con un verso qualunque. Due o tre giorni dopo, codesto tale entrava frettolosamente in un caffè e avvicinandosi a un crocchio di giovanotti dell’età sua, studenti e professori, esclamava con grand’enfasi: — Io cado dalle nuvole! Sapete che cosa ho ricevuto stamani? ecc. — La verità fu scoperta in seguito e se ne fece un gran chiasso: quel tale aveva fatto passare il poeta come un suo ammiratore; il poeta lo seppe, andò in bestia, e non scrisse più un rigo ad anima viva.

Quest’aneddoto fece sorridere il grande scrittore, e gli richiamò alla memoria parecchi casi somiglianti, seguiti a lui, e ch’egli forse aveva dimenticati da un pezzo.