Così si chiuse questa giornata memorabile.

E ho bisogno di ripetere ancora io quelle parole che ho sentito dir tante volte dall’alba di questa mattina a quest’ora: — La barriera delle Alpi è caduta! — E pareva un disegno insensato! Paure di roccie ribelli ad ogni forza umana, timori di segrete scaturigini d’acqua, previsioni di calori eccessivi e di scarsezza di aria, incertezze, dubbi, sconforti, tutto è svanito; non è più che un ricordo, e un ricordo che par già molto lontano! Le due grandi imprese, il traforo delle Alpi e l’unificazione d’Italia, insieme iniziate e per lo spazio di dieci anni condotte insieme, si sono compiute a pochi giorni di distanza. L’esercito italiano entrava in Roma il 20 settembre del 1870, e il 25 dicembre dell’anno stesso scoppiava l’ultima mina nella galleria del colle di Fréjus! Quasi nel tempo istesso, l’Italia porgeva una mano alla sua antica madre e l’altra alla sua antica alleata; da un lato ella gridava: — Libertà! — dall’altro: — Pace! — E sarà veramente un tacito patto di pace fra i due popoli questa grandiosa vittoria comune, che oggi s’è celebrata; essi non si scambieranno per la nuova via che parole di fratellanza e utili commerci e disegni di nuove opere gloriose; non si comunicheranno che ciò che innalza, ingrandisce e purifica!

CERTE LETTERE.

Qualche anno fa, un giovanotto di vent’anni che scriveva articoli di letteratura amena e n’aveva lode e incoraggiamenti, ricevette una lettera senza nome (mi pare da Bergamo, dov’egli era vissuto parecchi mesi), nella quale, fra gli altri complimenti dello stesso genere, gli si faceva questo, ch’era la chiusa: «Invece d’imbrattare le colonne del giornale con quelle sciocche tiritère a cui ella ha posto nome di etc., farebbe meglio a pubblicare qualche pagina di storia, che darebbe anche una miglior idea di noi agli stranieri

Non è mutata una sillaba. Quel tale serba ancora la lettera, e la serberà sempre, non per il valore ch’ella possa avere in sè stessa, ma perchè gli ricorda una delle più forti impressioni della sua età giovanile. Chi la scrisse — se mai gli cadranno sott’occhio queste pagine — ne riderà; e chi la ricevette — se si dovessero un giorno incontrare — ne riderebbe con lui; l’uno è stato un po’ troppo duro, l’altro un po’ troppo sensitivo, ecco tutto; in fondo fu una scioccheria. Ma l’impressione, ripeto, fu tanto forte, che il povero imbrattatore di colonne non l’ha più dimenticata.

La lettera gli arrivò una mattina nel punto ch’egli si disponeva a scrivere una delle sue solite tiritère. L’aperse, la lesse e la buttò in un canto. A un tratto un suo collega che lavorava allo stesso tavolino gli disse: — Ti senti male? — Egli si provò a sorridere; ma fu un sorriso così sforzato e sfuggevole, che l’amico gli ridomandò con una certa inquietudine: — Hai ricevuto qualche cattiva notizia? — Egli era diventato pallido come un moribondo.

Quante volte abbia riletto poi quella malaugurata lettera, se lo dicesse, non lo crederebbe nessuno. A momenti s’accostava alla stufa per bruciarla, e la rimetteva in tasca; poi voleva riderne, e rideva forte infatti, ma il riso non andava giù, ed egli si rifaceva più serio di prima. Ora diceva: — È uno stupido, un invidioso, un codardo, — e chiamava a raccolta tutte le belle ragioni di Massimo D’Azeglio, per persuadersi che delle lettere anonime non bisogna darsi pensiero. Ora, sconfortato e umiliato, diceva: — Ha ragione, sono un imbrattacarte, non riescirò mai a nulla, non scriverò mai più. — E di fatto, per parecchi mesi, dall’aprile del 1867 fino al gennaio dell’anno seguente, il povero scrittorello, sempre coll’amaro in cuore di quella lettera, non iscrisse una riga; non già per dispetto, timore, o pigrizia; ma veramente perchè s’era convinto che la letteratura non fosse fatto suo. E tanto se n’era convinto, che non di rado, a ricordargli quelle poche coserelle che aveva rabescato altre volte, arrossiva.

Forse non avrebbe scritto mai più (tanto è vero che il più lieve accidente può aver effetto alle volte sull’intera vita) se uno scrittore da lui venerato ed amato fin dall’infanzia, uno di quegli uomini, come diceva il Giusti, che per vederli bisogna guardare in su, e ai quali non pare possibile che si sia mai potuto dire o scrivere, da nessuno e per nessuna cagione, una parola dura e irriverente; se quest’uomo, dico, senza volerlo, senza saperlo, ricordando, come suole, casi e persone di molti anni addietro, non l’avesse fortificato per sempre contro le lettere di quella natura, con un esempio meraviglioso della vanità e della impudenza umana.

Ma ho da scriverlo quest’esempio?