Il Ceresole, rappresentante della Svizzera, parlò del traforo delle Alpi e del taglio dell’Istmo di Suez, le due più gigantesche e gloriose opere moderne della razza latina.

Il ministro Sella, rammentò il Sommeiller, parlò della nuova impresa del traforo del Gottardo, e del commercio avvenire tra la Francia e l’Italia.

L’ingegnere Lesseps propinò all’alleanza politica dei due paesi; e il Rorà all’incremento della loro prosperità commerciale.

L’Amilhau, direttore della Società delle strade ferrate dell’Alta Italia, presentò in nome della Società, medaglie d’oro ai governi d’Italia e di Francia, all’ingegnere Grattoni, al Grandis, alla memoria del Sommeiller.

Il Grattoni ringraziò tutti gl’Italiani e gli stranieri che prestarono l’opera loro al compimento dell’impresa, e ricordò con nobili e commoventi parole il suo illustre compagno Sommeiller, sventuratamente rapito ai vivi prima ch’ei vedesse il giorno che doveva compensare le sue fatiche e glorificare il suo nome.

Una parte dei convitati che rimasero a Bardonecchia durante la traversata della galleria ebbe agio di osservare una macchina perforatrice.

Si prova una strana sensazione alla vista di questa macchina tanto celebrata. Prima di averla veduta, s’inclina a immaginarla di mediocre grandezza: vedendola, pare enorme, ed ha veramente un aspetto imponente. Non ne saprei fare una descrizione: è una macchina complicata, di cui non si può dare un’idea senza scendere a molte particolarità. A un cenno, dato dal capo degli operai, vien data l’aria, le ruote si muovono, l’aria sibila, e la sbarra perforante s’immerge da centottanta a duecento volte in un minuto nella viva pietra, con un impeto prodigioso. Ad ogni colpo, l’aria si stende, e dopo aver dato la sua forza viva si rispande all’intorno con un soffio vigoroso. L’apparecchio produce uno strepito assordante; e questo strepito, e la rapidità del moto, e la rabbia, direi quasi, dei colpi, tutto il complesso, insomma, dello strumento e dell’azione ha qualche cosa di terribile; dà una scossa ai nervi ed al sangue, come se in qualche modo si partecipasse noi pure a quell’immane sforzo; il vigore, l’impeto della macchina diventa per un istante nostro; una parte di noi pare che si muova, si divincoli e frema in mezzo ai robusti ordigni del meraviglioso apparato. Gli operai spiano nel volto dei circostanti l’espressione della meraviglia, e guardano la macchina con occhio altero, e vi si appoggiano su con un atto di famigliarità rispettosa, come sopra una bella e superba fiera domata; e forse, in quel momento, molti degli uomini illustri che li contemplano, si senton piccini accanto a loro.

Verso le sette si ripartì per Torino.

Come nell’andare, così nel tornare, si vide a tutte le stazioni della strada ferrata una gran folla che sventolava bandiere e salutava il treno con fragorosi applausi.

Si arrivò a Torino poco dopo le otto. La stazione era illuminata con fuochi di bengala. Il grande atrio, dalla parte di via Nizza, era tutto fregiato di bandiere e di fiori. Le bande musicali suonavano. Le Società operaie ricevettero gli invitati con altissimi evviva, a cui fece eco una moltitudine immensa accalcata in piazza Carlo Felice. La grande facciata della stazione, presentava l’aspetto d’una parete continua di fuoco, a cui reggeva con fatica lo sguardo. Nel mezzo dell’arco centrale si vedeva un grandissimo quadro rappresentante l’Italia e la Francia, due figure gigantesche che si porgono la mano ai piedi delle Alpi. Il Corso del Re, illuminato a grandi archi successivi dalla piazza della stazione fino al Ponte di Ferro, con un apparato, all’imboccatura tra via Lagrange e via Nizza, rappresentante la facciata del Fréjus a Bardonecchia, offeriva l’immagine della galleria. Il giardino della piazza era anch’esso rischiarato da infiniti lumicini nascosti fra l’erba, lungo i sentieri, intorno al laghetto, da cui si alzava con altissimo zampillo la fontana. Era illuminata via Roma, piazza San Carlo, piazza Castello. Tutti gli archi dei portici che girano intorno a questa piazza, tutti gli spigoli dei pilastri, tutti i rilievi delle case scintillavano di fiammelle. Via di Po presentava un aspetto meraviglioso. Di due in due pilastri, a destra e a sinistra, si alzava un sottile tubo a gas, terminante in tre rami fiammeggianti, a forma di giglio. Più in alto pendeva una lunghissima fila di stelle luminose dal capo della strada fino a piazza Vittorio Emanuele. La folla era immensa; l’ordine, fino all’ora in cui scrivo, perfetto.