“I professori” mi rispose, “sono i più distinti della città; basta dire che vi è il Müller, il Gras, il Segalla, il Giuliani, il De Bender, dodici in tutti. Si sono profferti a gara, rinunciando anche a quel più di guadagno che ricaverebbero dall’insegnare in altri istituti; fanno il loro dovere con amore, intervengono nelle sale di conversazione, si occupano di tutti gli allievi.”

“E chi paga?”

“Pagano i soci; sono quasi cinquecento; le poche lire mensili date da ciascuno bastano a far le spese di ogni cosa; gli allievi sono numerosissimi e appartengono a tutte le classi della società: negozianti, impiegati, avvocati, ingegneri, medici, ufficiali, preti, studenti; le scuole riboccano di scolari; v’è chi studia due lingue insieme, chi persino tre, tutte sono studiate, anco l’arabo; vi sono delle famiglie intiere che vengono: padre, figliuoli, figliuole.”

“Anche le figliuole?”

“Certo: vi è una sezione femminile separata; le allieve sono quasi duecento; parecchie sono delle prime famiglie di Torino. Quest’anno, si fece l’inaugurazione solenne; il corso è diretto da una signora; i professori sono aiutati da tre signorine incaricate ciascuna dell’insegnamento di una lingua; le lezioni per gli uomini si danno la sera, quelle per le donne lungo la giornata; e le donne studiano con più ardore, con più costanza e più successo degli uomini.”

“E a pagare tanti maestri, e un quartiere così vasto, e una illuminazione così splendida, bastano le cinque lire dei soci?”

“Ce n’è d’avanzo; l’entrata supera l’uscita. Oltre a questo, vi sono dei proventi straordinari. Il municipio, quando vide che l’istituzione portava buoni frutti, le accordò un sussidio; gliene accordò un altro il Ministero dell’istruzione pubblica; un terzo la Camera d’agricoltura e commercio; s’incassano oltre a ventimila lire l’anno. V’è un consiglio d’amministrazione, un presidente, un vice-presidente, un segretario, un cassiere, un economo, un esattore, un bibliotecario, un censore, un consigliere, e tutti fanno il loro dovere e nessuno è pagato.”

“Ma bene!”

“E abbiamo anche le nostre piccole glorie. Il Circolo ebbe una medaglia dal Congresso pedagogico del 1869; ebbe incoraggiamenti e consigli dal Baruffi, dal Peyron, dal Flecchia, dal Vallauri; in una città del Belgio, Verviers, s’istituì un Circolo come questo, e il presidente scrisse qui ringraziando dell’esempio che gli si era dato; venne a Torino la deputazione spagnuola per l’offerta della Corona al principe Amedeo, e parecchi dei suoi più cospicui personaggi si recarono a visitare il Circolo, assistettero alla lezione di spagnuolo, conversarono cogli allievi, recitarono versi, promisero e mandarono poi dalla Spagna libri e giornali, e s’adoperarono a far sorgere là un’istituzione simile alla nostra. Infine, il Governo pensa al modo d’introdurre nel Circolo l’insegnamento della filologia comparata, perchè ha veduto che qui si studia e si lavora di proposito, e l’istituzione è fondata sopra una base che vale più di tutti i sussidi e di tutti i favori: — la buona volontà e il buon accordo di tutti.”

Domandai chi avesse avuto la prima idea dell’istituzione.