“Un giovanotto di 24 anni” mi rispose l’amico; “un semplice applicato alla cancelleria civile del Tribunale di Torino, un certo Luigi Salesse.”
Salesse! — io ripetei tra me. — Ecco uno di quei nomi che chi ha occasione di scrivere per la stampa deve raccogliere e pubblicare, per debito di cittadino e di scrittore, come farebbe del nome dell’inventore d’una buona macchina o dell’autore d’un buon libro; che certo egli non ha fatto un’opera meno utile, nè durato una fatica minore. Chi ci s’è provato, in queste cose, lo può dire. Egli si sarà levato una mattina con quell’idea in capo, venutagli forse in sogno, chi sa? se ne sarà subito acceso, e senza pensare a difficoltà, senza dubitare della riuscita, si sarà detto allegramente: all’opera! E lo stesso giorno avrà cominciato a parlarne cogli amici, a sollecitare, a progettare, a scrivere... Ma ohimè! Qualcheduno lo avrà deriso, altri avrà fatto spalluccie, altri non gli avrà dato che delle buone parole; non sarà mancato forse chi dietro le spalle l’accusasse di vanità, di secondi fini, di raggiro; ed egli si sarà scoraggito e sarà tornato a casa col cuore pieno di melanconia. Ma la mattina dopo, affacciandosi alla finestra della sua cameretta, e sentendosi soffiare nel viso l’aria vigorosa di Torino, si sarà riconfortato, avrà sperato di nuovo, avrà deciso di ritentare la prova: s’ha tanta forza a 24 anni! E poi bisogna tener alta la bandiera della volontà piemontese! E allora daccapo a cercare, a proporre, a discutere, a pregare, finchè sarà riuscito a raccogliere una dozzina d’amici concordi, e li avrà radunati in casa sua... Appunto, le prime riunioni furon fatte in una stanzina al quarto piano in via Roma, al lume d’una candela; non ci sarà stato fuoco, di certo; ma che importa del buio e del freddo a un giovane di 24 anni, che ha una idea luminosa nel capo e una passione ardente nel cuore? Ora, in queste sale, ci sono stufe e lampade e tappeti: questo gli premeva, ci riuscì, non voleva nulla per sè, non è nemmeno membro del Consiglio, ha ottenuto il suo scopo, è contento.[3] —
“Sicuramente,” dissi poi al mio amico, “io sarò allievo del Circolo filologico; fa’ conto come se fossi già iscritto, voglio tornar a sedere su quei banchi.” E apersi la porta di una delle scuole. “Non so quale affetto melanconico mi ci spinga. Sento come un bisogno di rinfrescarmi l’anima in codesto lavorìo di quaderni, di temi, di appunti, che ho smesso ieri, si può dire, e che mi par già tanto lontano, che mi spavento a pensarci. Deve parere di tornare un po’ addietro a sedersi là. Ci voglio tornare, e studiare, e fare i miei lavori con impegno e tirarmi gli sguardi compiacenti del maestro. E quando il maestro ripeta qualcosa ch’io abbia già inteso, far delle figure sulle copertine dei libri, stuzzicare il vicino, o pensare che la domenica non c’è scuola e che mi potrò divertire. E quando finisca la lezione, esser uno dei primi a saltar fuori e a fare strepito giù per le scale e a mescolarmi allegramente a quella svariata scolaresca di giovanotti, di uomini maturi, di negozianti, di dottori. Oh mi piace, sento che mi farà bene, e scommetto che fa bene a tutti. Vi sono due cose che è utile guardare di tanto in tanto, e pensarci su, che dicono sempre qualcosa di nuovo e di buono, un bel cielo stellato e una stanza con una cattedra e tre o quattro file di banchi.”
Diedi poi un’occhiata alle iscrizioni, e lessi un proverbio arabo che dice: «Ciascuna lingua vale un uomo.»
Un detto del Baretti: «Il progresso cresce gigante là dove si ciba di giornali esteri; dove no, resta nano.»
Uno del Napione: «Le traduzioni producono presso a poco lo stesso effetto che i viaggi per l’ingegno.»
Uno di Carlo Quinto: «Un hombre que conozca cinco lenguas es igual à cinco hombres.»
E avanti, in ogni stanza, in ogni andito, sopra ogni porta c’è una sentenza o un consiglio o un eccitamento allo studio.
Sopra un tavolino, accanto alla porta d’uscita, trovai un regolamento e gli diedi una scorsa. Vi sono delle buonissime cose; i fondatori del Circolo hanno veramente saputo ricavare dall’istituzione tutti i vantaggi che poteva dare. Per esempio, sul finire di ogni corso si apre un esame per chi lo vuole, e a coloro che lo superano vien data una patente di conoscenza pratica della lingua, della quale il municipio e le amministrazioni private tengon conto fra gli altri titoli prodotti per ottenere un impiego. Ogni anno sono ammessi gratuitamente al Circolo dieci giovani sprovveduti di mezzi propri per frequentare le scuole private. V’è un ispettorato per ogni lingua, composto di due soci nominati dal Consiglio, che sopraintendono alla esatta osservanza dei programmi e dei regolamenti. Ogni professore è obbligato a stendere una relazione bimestrale intorno all’andamento della sua scuola. Ogni socio può fare qualunque proposta gli paia opportuna, scrivendola sopra un registro che è nella sala di lettura, e la direzione è tenuta a rispondergli nello spazio di tre giorni. È permessa una rivendita di bibite e di gelati accanto alla sala di conversazione per rinfrescare un po’ le labbra novizie alla pronuncia faticosa delle dure frasi tedesche. Ah! lo dimenticavo: è proibito severamente a qualunque allievo di passare per la via dei Mercanti e di alzare gli occhi alle finestre mentre sono in iscuola le ragazze.....
Oh peccato! Io non avrei mica la pretensione d’andarmi a cacciare fra le scolare e il professore; io rinuncierei anche a guardare per il buco della serratura i bei visi, e le ricche capigliature, e le file dei piedini che spuntano sotto i banchi; prometterei anche di non aspirare, come dice il Musset, il profumo dei vestiti delle signore, che egli afferma che si sente, e che è un profumo misterioso: no. Io confesso il mio debole, volerei alla porta della scuola di spagnuolo, starei coll’orecchio allo spiraglio, vorrei afferrare qualcuna almeno di quelle parole larghe, maestose e sonore, in cui pare che l’anima di chi parla si espanda e si riposi, con una sorta di compiacenza altera; qualcuna di quelle altre gentili e carezzevoli, che ci ricordano tanto le nostre, che ci toccano dentro subito come le nostre, che rispondono quasi a un suono che avevamo già nella mente prima d’intenderle, che ci paiono veramente parole della nostra cara lingua dimenticate, voci nostre ripetute da un’eco che ce le alteri, saluti di gente amica che per lunga dimora in paesi stranieri abbia frammisto ad altri gli accenti di un linguaggio che c’era comune..... bizzarrie. Almeno il verbo querer vorrei sentire, farlo ripetere, l’indicativo presente, prima persona, col te, più piano, così.... Ma non si potrà, e pazienza! Ci basterà il pensare la sera che lungo il giorno, in quelle scuole risonanti delle nostre rozze voci virili, si sono intese delle voci argentine e soavi, e moduleremo il nostro accento sull’onda sonora che ci tremerà nella mente desiderosa. E lo dicevo che a riveder dei banchi di scuola si ritorna un po’ addietro! Vedete che arcadicherie!