Mi cadde ancora sott’occhio, prima di uscire, un quadro statistico che dà la divisione degli allievi secondo le lingue. È notevole che la inglese, la quale ebbe il numero maggiore di studenti nel primo anno, ne perdette nel secondo e nel terzo una gran parte, che si dedicarono al tedesco: centoquarantotto furono i frequentatori di quest’ultima scuola nell’anno 1871. Il francese è sempre al di sotto dell’inglese e del tedesco; quest’anno poi, dopo la guerra (è facile che ne sia stata questa la cagione) perdette la metà circa degli inscritti, i quali di 254 che erano nel secondo anno, si ridussero ultimamente a 127. Per lo spagnuolo vi fu sulle prime un vero entusiasmo; la sola sezione femminile diede più di quaranta scolare. La elezione del principe Amedeo a re di Spagna, l’arrivo della deputazione, la visita fatta da quei personaggi al Circolo, furono la cagione della voga in cui venne improvvisamente quella lingua; ed anco un po’ la sua altrettanto diffusa, quanto mal fondata reputazione di facilità. Ma quel primo entusiasmo sbollì presto, e lo spagnuolo non conta più che ventidue iscritti. Otto ne ha il portoghese, sei l’arabo, l’ungherese quattro.

È pure a notarsi la divisione degli allievi secondo le professioni. Per me un fatto che prova la reale utilità di questa istituzione è che la classe più largamente rappresentata nella scolaresca è quella dei negozianti. Si potrebbe dubitare infatti, che una parte degli studenti, degli ufficiali, dei possidenti vadano là per ozio per curiosità; ma non i negozianti, giovani i più che sono occupati l’intero giorno, e sacrificano le poche ore di svago e di riposo che potrebbero goder la sera. Nel secondo anno, oltre al gran numero di negozianti e di studenti, vi furono 67 impiegati, 44 avvocati, 38 militari, 34 ingegneri, 18 procuratori, 15 medici, 2 ecclesiastici, ed altri molti di professioni diverse. L’età media degli iscritti è dai venti ai trent’anni. Pochissimi quelli che superano i quaranta.

E mi parve con questo di saperne abbastanza per scrivere una lettera intorno al Circolo, ed uscii. Ed uscendo ripetevo tra me quello che ho scritto di sopra: — Mi pare che in Firenze si dovrebbe istituire un Circolo filologico come quello di Torino.

Ci ripensai, e mi confermai nell’opinione che nessuna città meglio che Firenze potrebbe dar vita e incremento a un’istituzione di questa fatta; Firenze dove il grande concorso di stranieri d’ogni paese è stimolo, occasione e mezzo ad un tempo d’imparar lingue; Firenze che ha da essere di nuovo la città quieta e serena degli studi, e che agli studi appunto dovrà rivolgere una parte dell’attività nuova che la vita di città capitale le sviluppò nel seno; Firenze infine, — e questo ve lo dico nell’orecchio, — dove si può con minor rimorso che altrove consacrarsi allo studio d’una lingua qualunque che non sia l’italiana.

Se poi in un Circolo filologico di Firenze si instituisse l’insegnamento della lingua italiana, io credo che il concorso degli stranieri della classe artistica, industriale e operaia, sarebbe considerevole, (che tre lezioni d’italiano la settimana per cinque lire al mese farebbero comodo a tutti); e il concorso di questi stranieri riuscirebbe di grande agevolamento per gl’Italiani che studiassero le lingue loro. Questo agevolamento in Torino non c’è, o non può esserci che in misura assai scarsa; e se pure si ricava già tanto utile da questa istituzione, che non se ne potrebbe ricavare in Firenze?

Io conobbi costì uno studente del liceo, un giovanetto di diciassett’anni, pieno d’ingegno e d’energia, il quale, pure coltivando con grande zelo i suoi studi scolastici, s’era dato alla lingua inglese e alla tedesca con tanto ardore, che passava le notti sulle grammatiche e sui vocabolari come le avrebbe passate al ballo o al teatro. Ma studiar da sè non gli bastava, e d’altra parte egli era troppo corto a quattrini per dare un venti trenta lire al mese a un maestro. Come fare? A furia di pensarci, trovò il mezzo di supplire o bene o male alle lezioni, almeno per imparare la pronuncia. La sera, finito appena di desinare, correva nella chiesa dei protestanti, si cacciava nel coro, e mentre i suoi vicini tedeschi o inglesi cantavano le loro preghiere, egli se ne stava là tutto raccolto e intento ad afferrare ed imprimersi nella memoria quei suoni, quegli accenti, quelle cadenze; poi cominciò a cantare anche lui; poi, uscendo, prese a fermarsi accanto a qualche crocchio, a dir qualche parola, ad appiccare un po’ di discorso; insomma tirò innanzi così per parecchi mesi ed imparò qualche cosa. — Ma è lunga! — esclamava sovente; — è lunga e dura! Povero giovane, quanto sarebbe stato felice se un giorno gli avessero detto: — Puoi risparmiarti tutti questi sacrifizi, si sta per aprire una scuola così e così, avrai modo di studiare quante lingue vuoi, con tutto comodo, e con cinque lire al mese! — Io pensai a codesto giovane girando per le sale del Circolo di Torino, e avrei voluto averlo un momento con me, per vedere il suo viso usualmente atteggiato ad una serietà e ad una tristezza precoce, rasserenarsi e sorridere, come quando gli vien fatto di cogliere alla prima il senso d’un intricato periodo tedesco. Torna a Firenze — io gli avrei detto; — e fa’ istituire il Circolo tu stesso; qui l’ha fatto un impiegato di ventiquattr’anni; tu fa’ vedere che ci può riuscire anche uno studente di diciassette. E chi sa che se gli cadranno sott’occhio queste linee non gliene venga l’idea?

LE “IMMAGINI BIANCHE.”

A MA E GA E.

Quando ho studiato una gran parte della giornata, mi piace passar la sera in una stanzina modesta, con pochi visini ridenti, intorno a una tavola su cui tra i libri e le carte si veggano panierini da lavoro e telai da ricamo e forbici e refe e mani in moto. E che il lume batta bene su quei visi, per vedere se è gente che sente quello che dice.