Io m’immagino che in questo crocchio vi siano due signorine dai quindici ai diciassette anni, sorelle, simpatiche, nelle quali un’educazione prudente e sagace sia riuscita a mantenere il difficile accordo dell’ingegno colla modestia, della coltura colla semplicità; ragazze in cui sia stato sciolto il problema dell’istruzione della donna sovra il dato: «Nè idiota, nè letterata;» ragazze che faccian dire a chi odia ugualmente i due estremi: «Così basta e sta bene.»
Sediamoci e sentiamo: il caso è raro, e val la pena di badarci.
Si parla di letteratura fin dalle prime parole; non di articoli, di casi, di tempi; ma di libri. E, cosa singolare! è difficile ricordarsi del come si sia entrati in questo discorso. Forse perchè gli autori non si sono afferrati l’un dopo l’altro, levati su di peso e lasciati cadere sulla tavola, dicendo: «Attenti! Ora si ragiona di costui.» Ma perchè il discorso li chiama e li conduce, ed essi son là prima che si sia pensato a evocarli, saltan su all’improvviso dietro un’idea gentile; vengono, scompaiono, riappariscono, leggeri e rapidi, senza farsi sentire. Non sono ombre, come nelle conversazioni dei pedanti, lunghe e lente; ma bagliori che tremolano un istante, e via. Non c’è tempo a trattenerli perchè si lavora e si ride; s’inchinano e si salutano e si congedano; e così tutto procede sollecito e allegro: le parole, il ricamo, il tempo.
“Che cosa facevano, signorine, prima ch’io venissi?”
Aspettatevi una risposta diversa perchè hanno la giornata diversamente divisa.
“Io ho studiato un canto di Dante.”
“Io ho rimendato panni vecchi.”
Accennate loro di volo un passo d’un autore, interrogandole collo sguardo per sapere se ne ricordano. L’una guarderà l’altra, starà un po’ pensando, e poi, volgendosi verso di voi, con un’aria umile e una voce sommessa, come di chi confessa un peccato, vi dirà:
«Non lo so.»
E l’altra subito: «Non lo so.»