Mentre qui ferveva più viva la battaglia, tre grandiose cariche di cavalleria si succedevano sulla sinistra del 4º corpo. Il generale Desvaux, viste da lontano alcune colonne austriache dirette verso Guidizzolo, lanciava prima ad assalirle tutto il 5º reggimento usseri e il 1º cacciatori di Africa della brigata Planhol, poi due volte il 3º cacciatori d’Africa della brigata Forton. Il terreno folto d’alberi e intersecato da fossi, avendo ritardata la prima carica, le colonne austriache avevano avuto tempo per formare i quadrati; onde ai reggimenti successivamente sopraggiunti non era riuscito di scompigliarle. Ma avevano loro impedito di andare a ingrossare l’assalto di Casanova, e agevolato così la vittoria del 4º corpo francese.


Sono le quattro. La battaglia, sull’ala destra francese, volge al suo fine.

Il generale Trochu, colla brigata Bataille, mandato dal generale Niel verso Guidizzolo subito dopo l’arrivo sul campo del maresciallo Canrobert, incontra gli Austriaci sulle tre strade che sboccano dal villaggio; li assalta alla baionetta, li ricaccia di fronte fino a un miglio dalle prime case, li respinge dalla parte di Baita, s’impossessa di due cannoni, e prende un grosso numero di prigionieri. Il colonnello Broutta è mortalmente ferito di mitraglia.

Così termina la battaglia sull’ala destra.

Al centro, l’Austriaco è stato cacciato dalla guardia imperiale, d’altura in altura, fino a Cavriana, e nel villaggio stesso di Cavriana, dov’è il quartiere generale dell’Imperatore nemico, penetrarono i volteggiatori della guardia e i bersaglieri algerini. Il Decaen e il La Motterouge hanno respinto gli Austriaci da tutte le case della pianura.

L’imperatore Francesco Giuseppe dà l’ordine della ritirata a tutta la linea.

In quel tempo dalla parte di Madonna della Scoperta il 2º reggimento granatieri, sopraffatto dalle crescenti forze degli Austriaci, s’era ridotto disordinatamente fuori di tiro, per riannodarsi e ritornare sul campo. Tutta la brigata Savoia era entrata in linea e si manteneva salda sui siti occupati, respingendo aspramente gli assalti dei nemici.


Alle due, nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza di prima. La 3ª divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano coll’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora sonar nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguìto? Che fa la 5ª divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito d’un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stremezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. — Ritirarsi? — si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. — Oh no! Mai! — Il suo sangue di soldato si rimescola. — Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul capo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è ancora stato legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Son nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. — Sarebbe la prima volta, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi fa andare in bestia! — E scopertosi il capo, stropiccia il berretto colle mani convulse.