I due Principi si trattennero qualche minuto sotto uno splendido padiglione vicino alla strada ferrata, poi salirono in carrozza, e seguiti dai soci, dagl’invitati, dal popolo, si avviarono verso il colle di San Martino, alla villa Tracagni, dov’era stata preparata la colazione per tutti. Quel breve tratto di strada fu un continuo spettacolo. I campi formicolavano di gente accorsa dai vicini villaggi; le ville, le chiese, le casuccie più meschine erano ornate di arazzi, di fiori, di quadri; e qua e là, sul piano e pei colli, tra ’l verde degli alberi e delle siepi, biancheggiavano tende e padiglioni: tutta la campagna era parata a festa. E ispirava sentimenti e pensieri da non potersi esprimere, quella pompa di colori allegri, quella gente gaia, quello strepito, quella musica, là dove pochi anni prima, in quello stesso giorno, era corso tanto sangue! A un tratto, a una svoltata, mi si offerse per la prima volta allo sguardo il colle di San Martino, colla sua chiesuola e coi suoi cipressi, bello e terribile, come l’avevo visto tante volte dipinto e sentito descrivere. Mi balzò il cuore. Codesti luoghi famosi par che abbiano il sentimento di quello che sono. Io guardai quel colle, come si guarda una persona, in atto riverente e affettuoso; e mille ricordi mi si affollarono, e riprovai il tremito che mi aveva preso la prima volta che l’intesi nominare, con quelle divine parole: — Hanno vinto!
I Principi e tutto il seguito entrarono nella villa Tracagni dov’era preparata la colazione. Questa villa è una delle case che furono più accanitamente disputate fra Italiani ed Austriaci nella battaglia di San Martino. Quasi rovinata allora, rifabbricata ed abbellita poi, offre oggi un aspetto gradevolissimo; ma nelle pareti delle allegre stanzine, fra le pitture e gli ornati, spunta ancora qualche palla da cannone, che ricorda il passato, e fa un eloquente contrasto con quanto v’ha intorno di grazioso e di ameno.
Finita la colazione, i Principi si mossero verso la chiesa di San Martino, per il famoso viale di cipressi, in mezzo a due ali di soldati di fanteria, di guardie nazionali e di popolo.
La chiesa di San Martino è piccola, e a vederla di fuori non si distinguerebbe dalle altre chiesuole sparse per la campagna, se non per la facciata, sulla quale si vedono tre bellissimi mosaici: uno che rappresenta la Risurrezione del Redentore, ed è quel del centro; l’altro, quello di sinistra, un angelo colla spada in mano; il terzo pure un angelo con una corona d’alloro. L’interno della chiesa ha un aspetto particolare, che colpisce: le pareti nude, l’altare semplice, e sormontato da una grande croce nera che spicca sopra un’amplissima tenda bianca. La tenda scende dalla volta al pavimento, e copre tutto il presbiterio, in modo che, entrando, non si vede nulla che tiri in special modo l’attenzione. Però quell’aspetto modesto e severo prepara l’animo a ciò che si vede poi.
Entrarono i Principi e il seguito, e s’avvicinarono silenziosamente all’altare. Anche la folla di fuori, compresa della solennità della funzione, taceva; tutti gli animi stavano in grande aspettazione.
A un tratto, la tenda bianca disparve, e si videro in fondo alla chiesa, d’un sol colpo d’occhio, due mila teschi umani ordinati in lunghissime file, l’una sovra l’altra, dal pavimento alla volta, così che il muro n’era interamente coperto; le occhiaie tutte volte verso la porta. Nello stesso tempo tuonò il cannone, e suonò la musica.
Io non credo che si dia al mondo uno spettacolo più solenne e più tremendo di questo. Io non so dire quello che si provò in quel momento: — una scossa, un senso di freddo, un tumulto istantaneo nella mente e nel cuore; orrore, meraviglia, pietà. Da ultimo una pietà affettuosa, mista a un sentimento di gratitudine e di venerazione così profondo e così forte, che metteva il bisogno di piegar le ginocchia e pregare. Tutte quelle occhiaie immobili par che ci guardino; in quei nudi teschi par che ci debba essere ancora un alito di vita; pare che qualcosa si debba muovere su quella sacra parete. Son là, Italiani e Tedeschi, confusi; forse il teschio dell’uccisore poco discosto da quello dell’ucciso, gente di paesi lontani, ignoti gli uni agli altri; e chi sa che affetti erano accumulati sovra ognuno di quei capi, e che terribili dolori è costato ognuno! Un padre, una madre, un fratello, che sappiano d’avere il figliuolo o il fratello là, che cosa debbon sentire e pensare guardando que’ teschi, senza saper qual è quello che piangono! Debbono pur fare qualche congettura! È tristo; ma ora almeno le famiglie sanno che le ossa dei loro cari non sono più disseminate per la campagna, sanno che c’è un luogo dove possono andar a pregare, e sentirsi più vicini ad essi; possono dire almeno: — Dove i nostri morti sono sepolti, andarono a inginocchiarsi tre popoli; là si pregò per essi anche da coloro che li uccisero; molte generazioni andranno a piangerli e ad onorarli insieme ai mille che morirono con loro.
Si celebrarono brevi esequie per l’anime dei morti, dopo di che il vicario di Verona venne innanzi, e dai gradini dell’altare lesse un discorso pieno di nobili sensi e di alti pensieri di religione e di patria. Parlò dopo di lui il rettore del collegio di Desenzano, interrotto tratto tratto dagli applausi degli uditori e dal fragore di ripetute scariche del battaglione di fanteria e delle guardie nazionali schierate lungo il viale dei cipressi. Lesse ultimo un discorso il ministro della guerra. Disse dei sacrifici fatti dall’Italia per redimersi dalla schiavitù e costituirsi in grande e forte Stato, del generoso aiuto della Francia, della stirpe dei nostri Re, e terminò apostrofando gli Austriaci morti in battaglia. — Nemici d’un giorno — esclamò — valorosi nemici!... Il vostro sagrificio fu glorioso per il vostro paese. Se la vittoria non potè esser vostra, la mano di odio e lo spirito dei tempi nuovi erano contro di voi; ma non rimpiangete la battaglia perduta, perchè l’odio di razze fu spento nei cuori; rallegratevi, perchè oggi i vostri compagni stringono la mano a noi, uniti tutti nella via comune della civiltà e della giustizia.
Il principe Umberto pose di sua mano accanto all’altare una delle due bandiere portate in dono dalla guardia nazionale di Milano; quindi si mosse per fare il giro del presbiterio, accompagnato da tutto il suo seguito. Allora si potè osservare i teschi da vicino. Molti sono forati dalle palle o rotti dalle scheggie della mitraglia. Sopra alcuni v’è la palla fermata con un filo di ferro nel punto dove colpì; su altri pochissimi c’è scritto il nome del morto o l’indicazione del grado. Qualche teschio è quasi completamente sfracellato. Il principe Umberto si fermò ad osservarne alcuni. Nessuno della comitiva parlava. Poi scesero tutti lentamente in un piccolo sotterraneo che s’apre sotto il presbiterio dove sono ammonticchiate le ossa degli scheletri. Compiuto questo secondo giro, i Principi uscirono dalla chiesa, e dietro a loro tutti gli altri. La folla proruppe in applausi, e il cannone riprese a tuonare.
Si risalì in carrozza e si mosse alla volta di Solferino. Si passò per la strada grande che attraversa con un lungo giro tutto il campo di battaglia, in modo che vedemmo i luoghi dove seguirono gl’incontri più sanguinosi: Pozzolengo, Madonna della Scoperta, il Cimitero. Anche lungo questa strada tutte le case erano imbandierate, e frotte di contadini e di gente venuta dai villaggi parte precedevano e parte seguivano la fila delle carrozze. A destra e a sinistra v’era una sequela sterminata di baracche, di tende, di osterie come s’usano nelle feste campestri; e per tutto gente vestita a festa, bandiere, musiche, grida.