Che stupenda campagna! che colline deliziose! Io non mi potevo saziare di guardarle. Qui — dicevamo — è passata la tale divisione, là il tal corpo d’armata, più in là il tal reggimento di cavalleria; ai piedi di quella collina morì un generale; sulla cima di quell’altra furono appostate due batterie; a ogni svoltata della strada, a ogni rialzo del terreno, ci si destava un ricordo terribile e glorioso. E sempre domandavamo a noi stessi se s’era combattuto proprio là, e quasi non l’avremmo voluto credere, tanto ci pareva strano che si fosse potuto sparger sangue e morire su quei bei campi verdi, in un luogo così allegro, in mezzo a quella serena bellezza di cielo e di terra.
S’arrivò ai piedi del colle di Solferino. Si vide la torre che s’alza sopra la vetta, e tra i merli le tre bandiere, austriaca, francese e italiana; il colle dei Cipressi, erto e scosceso, sulla destra: e pensare che vi si arrampicarono gli zuavi sotto una pioggia di palle tedesche! Ci debbono essere caduti a mucchi, poveri soldati! A sinistra il monte della Chiesa, con la cappella mortuaria sulla cima; dinanzi, sulla spianata, padiglioni, archi, antenne; e dal colle della torre al villaggio di Solferino, dal villaggio alla chiesa, dalla chiesa alla torre, un via vai di gente infinito.
Entrammo nel villaggio: pareva che ci si fosse versato tutto il popolo d’una città. È un piccolo villaggio di aspetto meschino, colle vie anguste e le case rozze e nere; eppure aveva un aspetto ridente. I muri erano coperti d’epigrafi, d’immagini, di ghirlande; e qua e là, intorno alle finestre e alle porte, si vedevano le palle da cannone, dove rade, dove fitte, e accanto un breve spazio imbiancato, con su iscrizioni e date; nei cortili, negli orti, per tutto ov’era una traccia dei guasti della battaglia, l’avevan messa in vista; e la gente interrogava e i contadini spiegavano. Da ogni parte arrivavano al villaggio carrozze, brigate di giovani e di donne, signori a cavallo, guardie nazionali, fanciulli.
Verso il tocco cominciò la cerimonia funebre nella chiesuola di Solferino.
Questa chiesa era prima del cinquantanove un oratorio dedicato a San Pietro. Mezzo rovinata dai cannoni francesi, venne poi ristaurata, e se ne fece il Grande Ossario. È poco più ampia di quella di San Martino, ma più alta, e con due cappelle laterali, che le danno un’apparenza più grandiosa. La facciata è pur coperta di mosaici; e intorno a questa chiesa, come intorno all’altre, si stanno facendo dei giardini. Sul dinanzi, la china del colle fu appianata, e un larghissimo viale scende fino al villaggio.
In mezzo a due ali di soldati e di popolo, i Principi e il seguito salirono alla chiesa ed entrarono. Celebraronsi anche lì brevi esequie pei morti francesi ed austriaci, e poi parlarono monsignor Martini, vicario capitolare di Mantova, il senatore Torelli, e il luogotenente colonnello dell’esercito francese, cavaliere De la Haye. Questi, in nome dell’imperatore Napoleone presentò al Torelli le insegne di grande ufficiale della Legion d’onore.
Il principe Umberto pose accanto all’altare la seconda bandiera della guardia nazionale di Milano, e poi si fece tutto il giro del presbiterio, che è anch’esso da cima in fondo coperto di teschi: seimila e settecento scheletri furono radunati in quell’Ossario. Nel sotterraneo v’hanno parecchie nicchie il cui sfondo è rivestito d’altri teschi, e sul dinanzi di ciascuna s’innalza una gran croce fatta di ossa di gambe e di braccia, abilissimamente disposte, e congiunte con sottilissimi fili di ferro. La croce della nicchia di mezzo è interamente composta di costole. Tutte codeste ossa sono pulite e lucide e ordinate in perfetta simmetria; e punto ribrezzo od altro senso spiacevole ne deriva a chi guarda, tanto vi è visibile e parlante l’impronta della pietà gentile che le raccolse e le compose.
Si entrò poi in una stanza dove son deposti i varii oggetti ritrovati nel disseppellire i morti: medaglioni, anelli, immagini, lettere. Fra l’altre cose v’è un orologio, che pare appartenesse a un soldato francese, e che tocco da una palla o fermato da qualche goccia di sangue, segna ancora le quattro e trentacinque minuti, l’ora dell’ultimo assalto degli Austriaci a Guidizzolo. V’è una lettera d’una madre che manda dieci lire a suo figlio, pregandolo di aver cura della salute e di non far parola di quel dono a suo padre, che non ne sa nulla e potrebbe trovarci a ridire. Un’altra lettera è d’una giovinetta che ringrazia un soldato dell’offerta ch’ei le fece della sua mano, e gli ricorda i cari giorni passati insieme prima della partenza sua per la guerra. Una terza lettera è d’un padre che esorta il figliuolo a compiere coraggiosamente il suo dovere di soldato. Quasi tutti si lesse que’ fogli, e furono i momenti di maggior commozione; non pochi piansero.
Terminata la visita dell’Ossario, si uscì, e ci si trattenne alcuni minuti sotto un ampio padiglione, dove furon lette parecchie poesie. Poi si salì sul colle di Solferino.
Arrivati sulla cima, la più parte si corse a vedere la torre e ci si salì su. Il colpo d’occhio che di là si gode è veramente degno della fama che lo dice uno dei più meravigliosi del mondo. Si vede una gran parte della pianura lombarda, il lago di Garda, le cupole di Mantova, il torrione di Cremona; e sotto, ai piedi del colle, il villaggio, il cimitero, le case sparse, tutto il campo di battaglia, palmo per palmo, come una piazza d’armi. Che cielo poi, e che aria! Da un lato della piazza vicino alla torre, sotto un ampio portico, erano preparate le mense per oltre duecento persone. Dinanzi al portico, si stendeva un grande padiglione sostenuto da antenne fasciate d’alloro e di fiori. La facciata della casa a cui il padiglione appoggiavasi, splendeva, percossa dal sole, e lampeggiava come una parete d’acciaio; cinquemila daghe e cinquemila baionette v’erano raccolte e disposte in trofei, con busti e ritratti del Re e dei Principi, e arazzi e bandiere; una profusione armonica di colori e di splendori che colpiva e rapiva.