Rileggendo le pagine che seguono, un anno dopo d’averle scritte, provai un senso d’amarezza e sorrisi quasi di pietà. Ma poichè non volevo buttare in un canto uno scritto che mi ricorda una delle più profonde commozioni della vita, e d’altra parte temevo che a rileggerlo tal quale altri ci avrebbe sorriso su, come io stesso, e per la stessa cagione; così avevo già preso la penna per mitigare la vivezza di certe espressioni, smorzare l’ardore di certi sentimenti, mutare e togliere qua e là immagini e giudizi a cui gli avvenimenti han tolto colore e valore. Ma subito mi vergognai del mio proposito, perchè m’accorsi che derivava da un sentimento poco degno: io volevo velare, nascondere in parte l’affetto che m’avevano ispirato quelle pagine, solo perchè le previsioni, le speranze, i voti significati in esse, erano falliti; io cedevo a un moto di falso amor proprio. E dissi: — no; quali mi uscirono dal cuore queste parole, tali rimangano, poichè dell’affetto che esprimono non ho nè a dolermi nè a vergognare. — Pensai dunque di ripubblicare le pagine seguenti senza alterarle in nulla da quello che erano uscendo alla luce la prima volta; pensai di lasciar loro quell’impronta di passione, smodata forse, ma generosa e libera, che le fece riuscir accette e credere sentite ai pochi che le lessero. D’altra parte, in quel ribollimento generale degli animi, non era facile, in ispecie a un giovane, di serbare la giusta misura; onde sarò scusato.

Mi prese poi un dubbio: che potesse venir giorno in cui queste pagine discordassero dolorosamente da un sentimento vivo, giusto e comune degl’Italiani, e mio. E di nuovo deliberai di correggere; ma mi vergognai di me stesso anche questa volta, pensando che l’aver espresso un sentimento di gratitudine e desiderato propizia la fortuna a un amico che ci abbia fatto un benefizio, è e rimane un atto nobilissimo sempre, anche quando codest’amico si volga contro di voi; e che, quanto più la sua nemicizia è ingiusta, tanto più il ricordo d’aver compiuto quell’atto ci è grato, perchè possiamo dire al nostro nemico: Tu ci offendi ed hai torto; noi ti abbiamo amato e onorato.

Infine, secondo il mio modo di sentire, con queste pagine ho pagato un debito.

Chi non crede che questo debito s’abbia mai avuto, le ometta; chi crede il contrario, non proverà, leggendole, altro rincrescimento che quello d’aver avuto un interprete forse troppo ardente e certo non abbastanza felice.

***

Firenze, 13 agosto 1870.

La rotta d’un esercito è una delle forme più desolanti in che si possa presentare la sventura agli occhi umani. Un governo cade, uno stato si spezza, una società si dissolve, interessi fortissimi s’urtano, precipitano grandi fortune, migliaia di famiglie sono gettate nella miseria e nel lutto; ma di tutto questo nulla si vede, tuttociò che ne circonda conserva il suo aspetto consueto, il pensiero indovina i dolori dietro le pareti domestiche e le lacrime sparse in segreto; ma l’immagine viva di tutto codesto sconcerto non s’ha; non s’ha uno di quegli spettacoli, che presentando in un punto tutte le forme e tutti gli effetti della sventura, soverchiano l’anima e amareggiano per molti anni la vita.

Un esercito rotto presenta codesto spettacolo. Si sono spezzati cento mila cuori, e voi vi vedete passare dinanzi cento mila visi pallidi che vi dicono l’un dopo l’altro: — Ho il cuore spezzato. — Il dolore di ciascuno s’accresce del dolore di tutti, e tutt’insieme è un dolore che schiaccia. In tutte quelle anime è caduto, col cadere delle sorti, un edifizio splendido di speranze e di sogni di vita gloriosa e lieta, donde ciascuno traeva lena e coraggio. Le gioie del ritorno, cento volte al giorno volte e rivolte e pregioite nel pensiero, son diventate ora un pensiero insopportabile; mille arditi disegni, fantasticati nei giorni della baldanza, falliti; legami d’affetto, forse, che si dovranno spezzare; promesse che non si potranno più mantenere. In ognuno di quei cuori v’è la tristezza presentita delle infinite occasioni, in cui, stando in mezzo alla gente e sentendo dire di quel rovescio, si dovrà chinare la testa, invece di levarla altiera, come quando s’era partiti. Molte parole ed atti di onesta alterezza, che c’erano da molto tempo famigliari, e che la gente ci consentiva nella fiducia della vittoria, ora non saranno più consentiti. La stessa considerazione pubblica in quante delle sue frequenti e sfuggevoli espressioni si farà sentire scemata! Tutto in noi, insensibilmente, si muterà, fino all’atteggiamento e allo sguardo.

Ed anco la coscienza ne punge. Cessato il pericolo, ne pare che si avrebbe dovuto morire prima che cedere. Ritorna alla memoria il proponimento che s’era fatto quando il pericolo era ancora lontano, che piuttosto di piegare ci saremmo fatti uccidere; l’avevamo risoluto, lo avevamo detto cento volte a noi stessi, eravamo sicuri che quel proponimento lo avremmo mantenuto, ed era appunto questa risoluzione e questa sicurezza che ci rendeva orgogliosi e ci innalzava agli occhi nostri. Ora qualche cosa da rimproverarci l’avremo sempre; dal fondo della nostra coscienza si eleverà sempre una voce sommessa per dirci che potevamo far qualcosa di più, e sarà una trafittura perpetua. Ed anche guardandoci intorno, il cuore ci si stringe. Su nessun volto dei nostri compagni avevamo mai visto la paura, nè immaginavamo che vi potesse apparire; ora la vedemmo. A ciascuno di noi, per l’addietro, pareva che da lui solo la vittoria pendesse; aver la forza di fare il proprio dovere era la cosa sola a cui ciascuno pensasse; di sè stessi si dubitava, non d’altri; ora anche d’altri. Tutto è mutato: mille argomenti di forza svanirono, mille argomenti di timore sorvennero. E sono passate poche ore! Pure fra la prima e l’ultima si è fatto un vuoto di dieci anni; ci sentiamo invecchiati; ci domandiamo se è stato un cattivo sogno; tra i nostri occhi e tutto quel che ne circonda si stende ancora un velo; in mezzo al silenzio mortale dei soldati che camminano con noi, tra quell’unico e sordo rumore di passi che rende quel silenzio più tristo, un’eco confusa del fragore della battaglia ci rumoreggia ancora all’orecchio come voce lontana e sommessa, che ci rimbrotti e ci accusi. Passano e s’avvicendano nella fantasia stanca, facce orrende di nemici intravvisti dappresso tra il fumo, e visi di compagni trasfigurati dalla morte, e chiaro e distinto il punto dove giacevano, e tutto quello che avevano intorno: quel sasso, quella traccia di sangue, quella pianta, quell’arma abbandonata...... Poi l’occhio ed il pensiero cadono sul soldato che ci viene accanto, su quello che lo precede, su quello che lo segue, più in là, intorno, vicino, lontano, su tutta la colonna che s’avanza silenziosa e quasi furtiva, come fiume raccolto e rapido; tutti stanchi, discinti, senza armi, a capo scoperto; a tutti manca qualcosa, e nessuno ci bada, ed il giorno prima era un delitto. La campagna è seminata di armi, di cappelli, di tracolle, di pennacchi; si passa e si calpesta; è desolante; tutte quelle robe sparse sono i rottami della disciplina, dell’ordine, della forza. Quanto tempo e quanta fatica prima che ogni cosa sia ricomposta!