Un giorno, un’ora infortunata sperperò il frutto del lavoro di tanti anni, di tante cure, di tanti sacrifici; l’esercito, l’orgoglio e l’amore della patria, su cui si accumulavano tante speranze e tante trepidazioni, è rotto e umiliato; i nostri amici e i nostri figli, che ieri ci sfilavano dinanzi splendidi e superbi, guardateli, li hanno vinti, non cantano più, non parlano, chinano a terra quelle care e altiere fronti giovanili che noi baciammo quando partirono, pensano e soffrono, e non vorrebbero più tornare fra noi; oh no! tornate; siete sempre nostri; noi vi stringeremo al cuore collo stesso affetto di prima; sollevate la fronte, la vittoria non è sempre dei valorosi, coraggio, guardateci no, non vogliono, fanno cenno di no, continuano a camminare in silenzio, piangono. Oh è duro, è desolante, è uno spettacolo che strazia l’anima.
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Per me è un tristo argomento di pensiero il maresciallo Mac-Mahon. La Fortuna ha veramente infami giuochi, come dice il Prati. Io m’immagino il ritorno del duca di Magenta a Parigi dopo la guerra del 1870, e lo confronto in cuor mio col ritorno ch’egli vi fece undici anni or sono dopo la guerra d’Italia. Tutto il corpo di spedizione sfilò sotto gli occhi dell’Imperatore; tutta Parigi era affollata, per la lunghezza di tre o quattro miglia, dalle due parti della strada dove i soldati dovevano passare; i corpi d’armata entrarono nella città ordinati e disposti, reggimento per reggimento, battaglione per battaglione, nello stesso modo che in guerra; ogni maresciallo precedeva il suo corpo. L’entusiasmo toccava il delirio; non si applaudiva, si mandavano grida di gioia inarticolate, come i ragazzi; si piangeva. Passò il Baraguay-d’Hilliers, col suo braccio monco, canuto e venerabile, e fu salutato con uno scoppio di evviva fragorosi. Passò il Canrobert, giovane, bello, colla sua lunga chioma ondeggiante, con quella sua aria di generale della repubblica, popolare e simpatico, e fu accolto anch’egli con vivissima espansione di entusiasmo. Passò il Niel, passarono parecchi altri generali di divisione e di brigata illustri e valorosi, e su questi, come sugli altri, fu versata una pioggia di fiori e di saluti. Ma quando comparve il maresciallo Mac-Mahon, l’antico soldato di Crimea, il valoroso espugnatore di Monte Fontana, l’ardito vincitore di Magenta, il caro e terribile Mac-Mahon, lodato e benedetto per tanto tempo da lontano, da tanto tempo aspettato e invocato, il più glorioso figliuolo della Francia, come lo chiamavano, il braccio destro dell’Imperatore, l’idolo dei soldati, il primo campione dell’esercito d’Italia, allora da quell’immensa folla agitata proruppe un grido di gioia sovrumana; gli si strinsero intorno al cavallo, lo fermarono, lo afferrarono pei grandi stivali, pel fodero della sciabola, per la tunica, e lo tennero lì fermo per guardarlo negli occhi, per gridargli ch’era un valoroso, per dirgli che lo amavano, per fargli intendere coi gesti ch’egli era l’orgoglio della Francia; e intanto venivan giù dalle finestre mazzetti di fiori, ghirlande, corone d’alloro, tanto che n’era coperto lui e il cavallo e la strada; le signore sventolavano i fazzoletti dalle finestre; la folla, ondeggiando e spingendosi innanzi, raddoppiava le grida e gli applausi. — Largo! gridavano i lontani, vogliamo vederlo anche noi! tutti abbiamo diritto di vederlo! — Ma i vicini non volevano cedere; sbalzati indietro, si attaccavano al cavallo. — È il cavallo di Magenta! — dicevano, e lo accarezzavano, e lo baciavano, e gli accomodavano i fiori nella criniera..... Mac-Mahon pianse.
Ed ora? Ora lacereranno il suo nome, diranno che ha tradito la Francia, che ha condotto i suoi soldati al macello, che è un dissennato o un inetto, che lo si doveva prevedere, che si fece male a dargli il comando d’un corpo d’armata, che bisognava aver capito da un pezzo che egli non era altro che un caporale ardimentoso, ma che cervello e dottrina di generale non l’aveva avuta mai; che altre teste vogliono essere i capitani d’eserciti in questi tempi, e che è un’indegnità che gli si lasci ancora la spada, e che lo si dovrebbe porre sotto consiglio di guerra per dare una giusta soddisfazione alla Francia; e fors’anco.... fin dove possa giungere ne abbiamo avuto un esempio in Italia.
Codesti sono veramente grandi e terribili dolori che soverchiano l’anima e spezzano i cuori di tempra più dura. E sarà poi tutto suo l’errore? chi lo può sapere? chi lo saprà? Una svista d’un istante, una notizia falsa, un assegnamento fallito, uno slancio sconsiderato di coraggio, un’illusione sfuggevole, un punto, un nulla può essere stato la cagione per cui s’attaccò la battaglia, e ne seguì il rovescio. E questo basta per precipitare la fortuna d’un uomo; basta per strappargli dal capo incanutito nelle armi la corona di alloro e buttargliela ai piedi; basta per togliergli la fiducia dell’esercito, a cui consacrò il suo sangue, i più begli anni della sua giovinezza, ogni sua più bella speranza; basta a contristargli per sempre la vita, che egli sperava di chiudere in una quiete serena, bella di mille splendidi ricordi, cinto d’affetti, coronato di gloria.
È una sentenza che spaventa.
Noi siamo più calmi e più giusti; in noi l’ira cittadina tace, e il dolore, a cui l’ingiustizia delle precipitate condanne si perdona, è men vivo; sia però generosa e prudente la nostra parola. Per noi Italiani, il nome del Mac-Mahon è nome d’amico: nome di antico fratello d’armi, nome che ci ricorda i più bei giorni e i più cari entusiasmi della nostra rivoluzione; nome che ispira affetto e chiede gratitudine; non lo dimentichiamo. Si può, in Italia, portar diverso giudizio del governo napoleonico, e nutrir quindi per esso un sentimento diverso; ma pei generali, pei soldati, per tutti coloro che hanno combattuto per noi, accanto a noi, sulla nostra terra, non è possibile che un sentimento solo; e l’averlo è dovere, e l’esprimerlo è atto gentile. Per noi il Mac-Mahon era venerabile e caro quanto il più vecchio e il più prode dei nostri soldati; paghiamogli dunque oggi il debito di gratitudine che a lui ci lega, paghiamoglielo rispettandolo e difendendolo dalle ire ignobili e dalle persecuzioni crudeli. Chi ha mente e cuore per comprendere le grandi sventure e per misurare i grandi dolori manderà da lungi un saluto riverente e affettuoso al vinto di Wörth, dicendogli dal più profondo dell’anima: — Maresciallo! gl’Italiani non sono ingrati; per noi, voi siete sempre il vincitore di Magenta. Noi non dimenticheremo mai che la corona del Re d’Italia brilla del riverbero della vostra spada.
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