14 agosto.

Il dire ora che l’esercito francese ha tutto cattivo: generali, stato maggiore, armi, tattica, disciplina, non basta, perchè codeste son cose che si possono mutare, e le muterà l’esperienza; bisogna dare un giudizio di natura irrevocabile, che costituisca durevolmente nell’opinione volgare l’inferiorità della Francia.

E questo giudizio v’è chi l’ha trovato e lo esprime: — «Il coraggio del soldato francese non basta più oramai a vincere le battaglie; è una natura di coraggio che poteva far buona prova ai tempi dei fucili a pietra focaia, non più ora coll’armi a tiro rapido, per le quali ci vuol calma, più che altro, ed occhio. Il coraggio francese, impetuoso e tumultuario, nelle battaglie d’oggi non è altro che una cagione di disordine; riduce il combattere ad una continua rincorsa, che indugia il successo, prostra le forze, duplica le perdite, e dà poca noia al nemico, o meglio non gli dà altro che noia. I Prussiani hanno il vero coraggio saldo e longanime che ora ci vuole; il coraggio pensato, avveduto, immobile, che veglia ed aspetta e si scatena a tempo opportuno.»

Molti la pensano in buona fede così; una corsa precipitosa, un urlo e un colpo di baionetta, ecco la vantata furia francese. Qualcuno arriva persino a soggiungere: — Non è serio.

Oh vedete! Bisogna convenire che c’è della grande serietà in Europa, perchè a porre il dito a occhi chiusi sulla carta geografica, nove volte su dieci si va a toccare un popolo che è in fama d’aver un coraggio poco su poco giù della maniera di quel dei Prussiani; e una o due volte appena, ci avviene di trovare un popolo famoso per quella specie di coraggio di corsa onde va lodata la Francia. Il soldato inglese è un soldato tenace, il russo tenace, l’austriaco tenace, il prussiano tenace, lo svizzero tenace, il danese tenace, cento altri tenaci; e di corridori, d’incauti, di pazzi si conta appena il francese, l’americano, e forse qualche altro di cui ci sarebbe a discutere. C’è quasi da sospettare che quel coraggio là sia più comodo, a vedere ch’è tanto più comune.

Ma si pigli pure l’argomento da un altro lato. Si scomponga nei suoi elementi codesto coraggio dell’avvenire: si troverà ch’essi sono, per esempio, la costanza, la fermezza, la fiducia profonda e salda nella forza propria, quella virtù indomata e selvaggia che vuole, e s’ostina, e s’infiamma nell’avversità, e si ritempra in sè stessa e risorge dalle cadute più fiera.

Ebbene, se la costanza si rivela in trent’anni di guerre gigantesche vinte a furia di lunghe marce forzate e a prezzo di fatiche e di stenti inauditi e incredibili; se la fermezza c’è campo di mostrarla sulle balze nevose e dirupate dei più alti monti della terra, e a traverso i deserti, le lande, le paludi, a lontananze sterminate dalla patria, circondati di nemici, senza rifugio, senza soccorso, senza pane; se la fiducia nella forza propria ci è modo di spiegarla provocando l’Europa, gettandosi in mezzo a cinque eserciti nemici, riannodandosi, sgominati e dispersi, al suono d’un grande nome e all’annunzio d’un grande disegno; se la virtù selvaggia che vuole e s’ostina c’è maniera di provarla rinnuovando dieci volte gli assalti disperati, morendo a mille a mille nelle marce disastrose senza alzare una protesta e senza proferire un lamento, e raggruppandosi e serrandosi in una piccola schiera, nei momenti supremi della sconfitta, per atterrire il nemico della sua vittoria e mostrare al mondo come si muore; se a tutte queste cose si può dare il nome di costanza, di fermezza, di fiducia, di virtù, più che d’impeto cieco e di foga istantanea, si giudichi se al soldato francese manca il coraggio dell’avvenire.

E poi, impeto! corsa! Ma, Dio mio! mentre si fa impeto e si corre, i nemici fanno i fuochi di fila e scaricano i cannoni; la mitraglia squarcia le colonne assalitrici e sparge il terreno di membra spezzate e di sangue; e bisogna non badarci, bisogna serrar le file e procedere, bisogna passar sui cadaveri e fissar gli occhi sui crani spaccati senza lasciarsi prendere dal terrore e dalla disperazione; bisogna aver la forza di sentire col cuor fermo le grida orrende degli amici e dei compagni che giacciono mutilati e sformati, e guardare in viso la morte e saper morire; e che a dar questa virtù sovrumana bastino l’immagine della patria, i colori della bandiera e il grido del colonnello. Questa è la furia dell’assalto francese, la furia che prese il Monte dei Cipressi, la chiesa di San Nicola, la torre di Solferino, le alture scoscese e formidabili di Pellegrino e di Folco; impeto! corsa! è un impeto che copre le chine di cadaveri, è una corsa di sangue che rimanda a casa i reggimenti decimati, e popola gli ospedali di braccia tronche e di gambe recise.

Il soldato francese ha anch’egli la sua ostinazione, l’ostinazione bella e spaventevole dell’ira; domandate agli Austriaci s’egli sa farsi trafiggere sui cannoni e intorno alle bandiere.

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