Era da prevedersi: la fama dei generali non basta più oramai a saziare la malignità di chi sospirava l’umiliazione della Francia; si dubita dei soldati. Oh! è un dubbio infame. I campi di Wörth e le alture di Wissemburgo sono seminate di cadaveri prussiani. Le colonne del principe reale e del principe Federico s’avanzano per una campagna allagata di sangue. I dispacci che annunziano la vittoria a Berlino hanno tutti una parola di dolore sulla tremenda grandezza dell’eccidio ch’esse costarono ad ambe le parti. E non si potrebbe, senza infinita viltà, dubitare del valore francese da noi, che li vedemmo morire al nostro fianco a migliaia, col nome d’Italia sulle labbra, noi che ieri soltanto impallidimmo di meraviglia e di terrore dinanzi a un monte di teschi francesi sull’altura della chiesa di Solferino.
Non volete che lo si ricordi? Vi pesa la gratitudine?
Noi dobbiamo amare e venerare l’esercito francese fuori d’ogni ragione politica, d’ogni interesse nazionale, d’ogni legame di gratitudine. L’esercito francese ha una gloria sua e una vita sua, che passò incontaminata e splendida a traverso i regni, le rivoluzioni e le repubbliche, in nome di cui combattè da ottant’anni. Il soldato francese fu prima di tutto e sopra tutto il soldato della rivoluzione e della libertà. Mutata la bandiera, non gli si è mutato il sangue; e il suo coraggio s’accende ancora alla fiamma antica. Sotto il bigio cappotto batte tuttavia il cuore che batteva sotto la giacchetta del giovinetto dalle lunghe chiome, che volava ai confini della Francia scalzo, lacero e superbo. Nel nuovo soldato arde ancora lo spirito che reggeva la lena di quel giovanetto quando trascinava i cannoni su pei dirupi delle Alpi. Le file dei nuovi soldati tien salda ancora quella forza che stringeva i quadrati insuperabili sulle sabbie d’Egitto. Nel petto del nuovo coscritto è viva ancora quella virtù tenace e magnanima che l’animava, estenuato e scarno, nella solitudine dei deserti di neve, in quella follia sublime della campagna di Russia. Noi amiamo codeste memorie, che l’esercito francese ci rappresenta, per il fecondo tumulto di affetti e di pensieri che ci suscitarono nell’anima; le amiamo come tutto quello che è grande e solenne per isventura e per gloria; amiamo codesto soldato perchè fu valoroso, indomabile, sventurato, devoto; lo amiamo in sè, per sè, fuori del suo popolo e del suo sovrano; amiamo quel grande berretto velloso, quell’antica tunica a coda, quelle grandi ghette, quelle due tracolle incrociate delle guardie imperiali, quei colori, quei segni, quei ricordi, quelle bandiere coi nomi di Friedland e d’Austerlitz, l’aura venerabile che muove da quelle file; amiamo quest’esercito, in fine perchè anche noi, come quel giovanetto dei Miserabili, leggendo a sera tarda le pagine immortali della sua grande epopea, abbiamo sentito nella solitudine della nostra cameretta il passo misurato e pesante dei battaglioni della guardia, il grido lontano dei reggimenti, l’eco dei cento cannoni radunati e schierati sotto l’occhio fulmineo del grande capitano, e a poco a poco il cuore ci si gonfiò, l’occhio ci si empì di lacrime, il sangue ci arse, e spalancate con furia convulsa le finestre abbiam lanciato un grido d’entusiasmo nel silenzio della notte: — Viva l’Imperatore!
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— Da che parte tieni tu?
— Dalla Prussia.
— Perchè?
— Perchè mi urta i nervi la blague dei Francesi.
Sì, ritorniamo su quest’argomento; così è: tutto si perdona, anche a un nemico, fuorchè il menomo segno ch’egli ci dia di credersi qualcosa da più di noi. Ne siamo magari convinti, ce lo diciamo cento volte al giorno a noi stessi, daremmo gli occhi della fronte per poterci credere in diritto di alzar la testa e di camminare impettiti come lui; forse, in luogo suo, faremmo peggio, e lo diciamo noi stessi; ma non tolleriamo ch’egli mostri d’accorgersene e ci faccia capire che lo sa. In fondo, è un sentimento comune, ma meschino; basso poi e spregevole, quando si faccia cagione e alimento unico di avversione e d’inimicizia, reprimendo in noi tutti quei moti e combattendo tutte quelle tendenze che ci porterebbero più ragionevolmente alla simpatia e all’affetto.
E poi, si noti, i Francesi hanno della blague non perchè sono uomini come tutti gli altri che fecero qualcosa da cui sia lecito trarre in qualche modo codesto diritto; ma perchè sono Francesi. Che la blague sia fondata o no su qualche cosa di vero e di sodo non si cerca; quel che preme si è che la modestia sia rispettata; noi siamo i paladini della modestia. Ma badiamo di non ingannarci. Badino i più furenti a non iscambiare il legittimo e fiero orgoglio nazionale a cui la blague d’ogni straniero riesce molesta ingiuriosa, col dispettìno e la stizzuccia che desta nelle anime piccole una superiorità incontrastata. Sentimenti molto diversi che vestono non di rado una forma.