La blague è il belletto della forza e della gloria, sempre e per tutto.
Io vorrei mettere l’Italia in luogo della Francia e che ogni Francese pigliasse un Italiano e gli dicesse, come a loro si dice, se non colle parole, col fatto: «Tu sei un uomo di spirito: io faccio tesoro di tutti i tuoi bons mots, e quando voglio dire un’arguzia la rubo a te o calco la mia sul disegno della tua. Le più belle commedie sono le tue, i più bei romanzi sono i tuoi, le vetrine dei miei librai sono tutte piene dei tuoi libri; io sono vestito da capo a piedi dei panni che mi fai tu, e mia moglie e mia figlia si vestono come piace a te; tu se’ il legislatore del buon gusto, della moda, d’ogni cosa; quando la tua città capitale starnuta, come dice Vittor Hugo, la mia le fa eco; quando dà in una risata, la mia, per entrarle in grazia, fa le viste di crepar dalle risa; i miei ministri fanno tutto quel che ti frulla pel capo; i tuoi soldati sono i primi soldati del mondo; tutte le tue cose sono belle e grandi: noi ti rubiamo tutto: lo stile, le insegne delle botteghe, i giornali, l’accento, la lingua, i balli, i proverbi, i giuochi e le lorettes.»
Vorrei vedere la faccia di un Italiano a cui si tenesse questo discorso.
Ma noi Italiani, prima del 1866, non credevamo forse l’Italia il prototipo della civiltà, l’avanguardia d’un’età nuova, il faro del mondo civilito ed incivilito? Non si usciva forse dai ginnasi e dai licei col profondo convincimento che in fatto di lettere, di scienza, d’arti, di armi, di coraggio, di ogni cosa ci lasciassimo addietro l’Europa? Ognuno di noi non era sinceramente persuaso e sicuro che ogni singolo Italiano dovesse infilzare con ogni colpo di baionetta una mezza dozzina di Croati? Gli Austriaci? Li abbiamo sconfitti a Goito. I Francesi? Li abbiamo battuti a Roma. I Russi? Li abbiamo vinti in Crimea. Gli Svizzeri? Li abbiamo sgominati a Castelfidardo. Il mondo intero? L’abbiamo dominato da Roma; Cesare e Bruto sono i nostri padri; in noi scorre il sangue dei vincitori del mondo; il nostro keppì è l’elmo di Scipio, e chi sa che un giorno non si ritorni a dettar legge da un capo all’altro del mondo!
E adesso non abbiamo ancora una folla di professorucoli di letteratura italiana che non sanno fare un discorso per distribuzione di premi senza levar l’Italia ai sette cieli e dir corna della Francia e del mondo?
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Il soldato francese sente e comprende le cause nobili e giuste. Chi non ricorda il linguaggio ardito, affettuoso e gentile che ci parlavano nel cinquantanove, tutti, dal vecchio sergente della guardia all’imberbe coscritto del reggimento di fanteria? L’Italia! la libertà! Oh non c’era mica bisogno di spiegarglielo il perchè li avevano mandati a combattere con noi, non c’era nemmeno bisogno ch’essi ci dicessero che lo sapevano: bastava guardarli negli occhi. Venivano come ad un convegno di antichi amici, e ci ringraziavano d’averli chiamati. Entrando in Torino sotto una pioggia di fiori, fra due ali di popolo che stendeva le braccia per strapparli dalle file e serrarseli nel petto, in mezzo a due schiere di carrozze piene di signori che li chiamavano colle grida e coi cenni per portarseli a casa a desinare: — On ne commence pas bien, dicevano con accento tra tenero ed allegro, on nous fait pleurer. — Appena usciti dalle loro caserme, domandavano ai popolani dove fossero le nostre: — I bersaglieri! Vogliamo vedere i bersaglieri! — E corsero incontro ai nostri soldati che già volavano verso di loro, e si abbracciarono. Essi sapevano poche parole d’italiano, ma si facevano intendere. Italie, Italie era il loro intercalare, il riempitivo dei loro discorsi, la loro parola d’ordine, e la dicevano colla voce commossa posandosi una mano sul petto, come si pronuncia il nome di una madre cara e sventurata. La sera essi passeggiavano a braccetto cogli operai, vecchi, donne e figliuoli insieme. Gli zuavi portavano i bambini; le manine bianche de ces petits Piémontais si appoggiavano sulle spalle atletiche di quei superbi soldati; e quando gli uni e gli altri si accomiatavano, vedevansi quelle tenere braccia infantili strette intorno a quei colli robusti e bruni, come ghirlande di fiori intorno a colonne di granito.
Noi gli abbiamo visti partire, gli abbiamo accompagnati alla stazione, abbiamo sentito battere il loro cuore sul nostro prima che andassero a presentarlo alle palle tedesche, abbiamo udito il loro ultimo grido affettuoso di «Viva l’Italia,» prima che andassero a gridare al nemico quello formidabile di «Viva la Francia;» e quando la loro voce non giungeva più fino a noi, vedevamo ancora agitarsi fuori delle finestre del convoglio le loro calotte rosse, le loro azzurre sciarpe, quei poveri fazzoletti turchini, che tanti di loro adoperarono poi invano per arrestare il sangue impetuoso nelle orrende ferite della mitraglia. Belli, prodi e generosi soldati!
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.... E oggi, come allora, noi v’auguriamo la vittoria. La lotta sarà terribile. Vi sorrida o no la fortuna, essa costerà molto sangue e molte lacrime alla Francia; di molte madri strazierà il cuore e accorcierà la vita; il lutto sarà lungo ed amaro, e la traccia delle sventure e dei dolori incancellabile. Ma, nè questo pensiero scemerà l’animo vostro, nè la immane forza nemica. Voi non difendete nè la dinastia, nè l’impero: difendete la Francia, la vostra bella ed amata Francia, le sue memorie, il suo genio, il suo nome, il suo onore, e in nome di questi affetti voi sapete morire.