Or bene; quando vi slancerete per l’ultima volta, decimati e scomposti, contro il nemico, passando sui cannoni e sui carri atterrati, per una via coperta di cadaveri e di sangue; già abbandonati da molti dei vostri generali, morti o mal vivi, al riflesso dei villaggi incendiati, in mezzo agli ultimi e più miserabili orrori della battaglia; se in quel momento supremo non bastasse più a spingervi innanzi il nome della patria, il canto della Marsigliese, la vostra lacera bandiera, i grandiosi fantasimi delle Piramidi, delle Alpi, della Vistola, di Marengo, della Beresina; se in quel momento, sentendovi mancare la lena, bastasse a farvi fare l’ultimo sforzo un lieve impulso di più, e se questo impulso ve lo sentiste nell’anima pensando che v’è un popolo che in quel punto vi manda un saluto d’affetto e di gratitudine dal più profondo dell’anima, e vi grida: — vincete! — e palpita per voi come se pugnassero al vostro fianco i suoi figli, ebbene, Francesi, la vostra terra è grande e generosa, voi avete sparso molto sangue per noi, voi siete nostri fratelli, voi avrete quel saluto e quel grido.

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15 agosto.

Molti dicono: — Che i Francesi abbiano avuto la peggio da principio non mi dispiace; io gliel’avevo augurato; era bene che quello smodato orgoglio fosse un pochino fiaccato; ora basta così, sono soddisfatto, vincano pure, grido anch’io: Viva la Francia. —

Si lasci correre quel che c’è di stravagante e di pericoloso in codesto far le parti della vittoria come d’una torta sfogliata. Non è possibile gridar veramente col cuore: Viva la Francia! adesso, dopo aver desiderato ch’ella fosse condotta a questi estremi e corresse pericolo di una disfatta intera e irreparabile. Ma sia pur benedetto l’augurio, benchè tardo, e s’avveri.

Ora io domando a coloro che persistono nel primo desiderio, non per altra ragione che di quell’orgoglio odiatissimo, se non credono proprio che possa bastare a contentarli quello che accadde finora. La Francia provocò e fu vinta; volle invadere e fu invasa; gridava: A Berlino, e ora si stringe intorno alle fortificazioni di Parigi; confidava nell’onnipotenza del suo esercito, e ora chiama alle armi tutti i cittadini; credeva che i suoi nemici si dissipassero al suo soffio, e già parlava il linguaggio della vittoria, e ora dice ai suoi figli: Bisogna prepararsi a morire per salvare l’onore. E questo mutamento seguì in pochi giorni, in poche ore, può dirsi, e duramente, amaramente, a traverso d’una splendida illusione che le fece sentire intorno alla fronte l’alloro e le strappò un grido di trionfo, per ricacciarla subito nell’abbattimento e nel dolore, coronata di spine, muta ed intenta al crescente fragore dei nemici che credeva già sgominati e lontani.

Quando un popolo ha provato di questi disinganni e di queste angoscie, se proprio non gli si augurava altro che una lezione di modestia, se non lo si odia di odio cieco e selvaggio, si deve dire: Basta!

Temono forse costoro che una grande vittoria a Metz risusciti l’orgoglio mal domato dalle piccole sconfitte di Wissemburgo e di Wörth?

Ah! quando dalla parte che vince vi era il terribile dilemma: — essere o non essere; — quando dietro a quella parte v’era la grande città, il centro della vita d’un popolo, l’ultimo baluardo della sua libertà, l’ultimo ricetto della sua bandiera; quando tra le file della parte che vince, frammisti ai giovani soldati che amano la guerra e la gloria, vi sono i cittadini coi capelli grigi, gli operai, i genitori, che amano la vita pei figliuoli e la pace per il lavoro; quando si pensa alle ineffabili angosce che desterà l’incertezza, alla sterminata ecatombe che costerà la vittoria, al vuoto spaventevole che farà trista la pace, allo strascico interminabile che codesta guerra gigantesca lascierà di miserie, di malattie lunghe e penose, di legami d’affetto spezzati, di sogni di felicità svaniti, di orfani, di vedove, di vecchi parenti rimasti soli, di famiglie perpetuamente contristate dalla vista d’una cara persona mutilata e deforme; quando si pensa a questo non si teme che quell’orgoglio provocatore risorga, o se pur si teme, egli ci appare così povera cosa, in confronto del flagello con che fu punito, che in verità non ci si può fermare il pensiero.

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