.... Come quei quadri svariati, ove si vedono alla rinfusa paesaggi allegri e rupi nevose illuminate dalla luna, salotti signorili e campi di battaglia, donne, fanciulli e fiori, e in un cantuccio un uomo che dorme e sogna; così io veggo ora Parigi a traverso le novelle, i romanzi, le commedie, i quadri, le poesie, i giornali, che ce ne resero famigliari gli aspetti, i costumi, i tipi, le consuetudini più minute della vita di strada e di casa. Mi veggo vivo dinanzi agli occhi quello spettacolo grandioso; sento il rimescolamento suscitato in quell’aura tepida e molle di una vita di sfarzo e di piaceri, dall’improvvisa corrente infocata che porta dal campo di battaglia l’odore della polvere e lo strepito delle armi. A tratti a tratti l’elegante aspetto della splendida città imperiale si altera e si perde, o lascia apparire di sotto il profilo risentito e fiero della repubblica antica. Veggo un tratto di teatro tutto fitto di lumi; tendo l’orecchio se mi arrivasse un verso gentile del Musset o un motto arguto dell’autore di Dalila, e scoppiano le note terribili della Marsigliese. M’affaccio alla finestra per godere il brulichìo denso ed allegro di una grande strada di Parigi, e veggo una moltitudine compatta ed impetuosa che si allontana levando fiere grida di guerra e di morte. Sento una voce infantile e sonora, mi volto, mi veggo scintillare dinanzi due grandi occhi neri, mi ricordo del ritratto di Hugo, riconosco il caro e terribile gamin delle barricate, gli vado incontro; egli mi grida: — Armi! — e scompare. Guardo in un salottino lucente di seta e di specchi, una bella figura alta e flessibile, coi capelli sciolti, in atteggiamento stanco e voluttuoso; riconosco l’eroina dei romanzi, la protagonista dei proverbi, il primo fantasma acceso nei miei sogni giovanili dal Dumas e dal Sue; la chiamo, si volta, è mutata, è pallida, piange; il suo amante è alla guerra. Mi sento urtato per la via, mi volto, è l’impresario, il negoziante, il fattore, l’uomo panciuto del Kock, che schiaccia la gente nelle diligenze e arriva sempre a casa quando sua moglie ha finito; è lui, e me lo vedo vestito da guardia mobile, fiero e impettito, e mi grida colla sua grossa voce nasale: — Alla guerra! — Corro di caffè in caffè, cerco il mio tipo di giovanotto da romanzo, bello, elegante, ricco, generoso, innamorato, benedetto di tutti i doni di Dio, e lo incontro vestito da tiratore algerino, colla testa rasa, con due grosse scarpe, col viso già abbrunato dai primi soli del campo di Marte colle mani incallite dal fucile.... Parigi! bella e cara Parigi! ha pur detto bene quel grande che a viver lontani da te si sente sempre un po’ di vuoto nel cuore, ci pare sempre che qualche cosa ci manchi, si prova sempre qualche cosa che rassomiglia da lontano alla tristezza dell’esilio.

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16 agosto.

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Se le guerre non fossero per molti altri effetti deplorevoli, questo per sè solo basterebbe a farle ritenere una sventura: la sconfinata presunzione che si rivela nei giudizi e nella forma del linguaggio di tutti coloro che ne discorrono. È una cosa che non ha riscontro in nessun’altra occasione di avvenimento pubblico che sollevi delle discussioni; è la postergazione generale della modestia e del pudore; è un acciecamento completo. Si direbbe che l’aura della guerra entrandoci dentro ci tolga la facoltà di sentire rettamente di noi, e ingigantisca nella mente di ciascuno il concetto di tutte le doti e le facoltà naturali e acquisibili dell’anima sua. Improvvisamente, per virtù della guerra, si desta e si sviluppa nell’anima del bottegaio, dello scolare, del fattorino, dell’impiegato, di tutte le persone più aliene per istudi e per istituto di vita dalle cose militari, un amor proprio strategico, un amor proprio tattico, un amor proprio geografico, un amor proprio politico, un amor proprio storico, diecimila non mai provati amor propri, ombrosi, infiammabili, intolleranti, quali appena potrebbero essere scusati dalla coscienza d’un genio trascendentale e d’una dottrina meravigliosa.

La discussione non soffre confini; la parola è concitata e franca; il giudizio pronto, reciso e sicuro; tutte le parole, tutte le forme dubitative sbandite. Provatevi a dire: — Adagio, riflettiamo, aspettiamo, potremmo non avere inteso bene, ci potrebbe mancare ancora qualche elemento di giudizio, si potrebbe dare ancora qualche accidente che ci costringesse a modificare il nostro parere; si tratta di giudicare degli uomini che invecchiarono in codesti studi: quanto più si va innanzi negli anni e nell’esperienza vedete che più si indugiano i giudizi e se ne tempera la forma; tanto più dobbiamo indugiare e temperar noi; in queste cose l’inesattezza è ingiustizia, la precipitazione è colpa, la passione volgarità..... Vi ridono sul viso, si meravigliano di voi, vi dicono che gli fate pietà, che la cosa è evidente, che loro l’avevano preveduta, che non poteva seguire altrimenti, che basta un poco di buon senso ad intenderlo.

— Ma dite almeno che vi pare, che credete che sia così, che potreste ingannarvi.... — No, no, no, impossibile; l’ultimo monello di borgo San Frediano è fermamente e sinceramente convinto che s’egli fosse stato il Mac-Mahon avrebbe trovato modo di evitar la battaglia; che se avesse comandato la divisione del Douay non l’avrebbe sacrificata a quel modo; che se si trovasse lui sul campo di battaglia condurrebbe meglio il servizio degli avamposti francesi; che il Bazaine fa una bestialità ritirandosi; che Napoleone è una testa di legno; che la Francia è degenerata; che la razza latina ha bisogno del lume della sua mente e dello impulso della sua mano per rifarsi a nuovi destini....

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.... La maggior parte di coloro che parteggiano per la Prussia, interrogateli della cagione; vi diranno che è l’antipatia per la Francia. Ebbene; non invidiamo loro il sentimento di soddisfazione che dai trionfi prussiani ricavarono e forse ricaveranno; non sarà mai un sentimento che li appaghi, un sentimento di contentezza vera e nobile, in cui il loro cuore si quieti. La soddisfazione d’un trionfo che non deriva dall’affetto che si nutra per la parte che l’ottiene, non è più la soddisfazione del trionfo, ma quella della sconfitta, ed ha però sempre qualcosa di torbido e di amaro, perchè non è tutta generosa, nè tutta legittima. È una reazione, di cui l’anima non si compiace quanto d’un sentimento spontaneo e schietto, a suscitare il quale la vittoria per sè sola ed in sè sola basta, e la sconfitta non entra se non come fatto indispensabile o conseguenza necessaria. Quindi è che chi prova quella soddisfazione, non può far sì nell’esprimerla che l’espressione non ne tradisca l’origine e non abbia qualche volta delle forme dure. Siccome quel piacere non gli basta, fruga nella sconfitta a cercarvi nuovo alimento; le vuole assegnare delle cagioni che tornino a disdoro della parte che la toccò; vuol distruggere o attenuare quelle che la spiegherebbero nel modo meno umiliante; della superiorità del numero del vincitore tocca di volo; del valore dei soldati vinti tace; teme che alla parte avversa sia rimasto anche un po’ di baldanza e di fiducia, e gliene vuol negare il diritto; deve infine esercitare ed esprimere un sentimento non degno, nè a lui medesimo grato; un sentimento che non esprimeremmo mai noi, quando la fortuna sorridesse alla Francia, perchè il nostro desiderio non mira all’umiliazione d’un nemico odiato, ma alla gloria d’un amico antico ed amato, e in questa si circoscrive e si appaga....