“E attraversare il Campo Scellerato.”

“E veder l’arco di Giano.”

“E la Cloaca Massima.”

Niente di meno! Ponete d’essere due amici a far questo dialogo, e ditemi se non c’è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le venerande rovine.

Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c’era stato detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra curiosità e ogni altro pensiero.

— Vi faranno più impressione del Colosseo, — ci aveano detto molti. Noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n’aveva fatta moltissima, e perchè l’idea prosaica che in fin dei conti le terme erano uno stabilimento di bagni, come si diceva scherzando, ci teneva in freno l’immaginazione.

Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand’era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, colla licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sporgere dall’acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l’imperatore tuffarsi nella natatoria in mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti i crines suppositi, e ungere le membra d’unguento.

— Le terme, signori, — dice a un tratto il cocchiere.

Una gran muraglia nera e una gran porta, è tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s’apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice: — Qui v’erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico. — Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi, ci siamo.

Guardiamo un pezzo in silenzio.