Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v’è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l’edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata. Guardiamo in terra: v’è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno si alza, in altri si abbassa. Vicino al muro v’è un tronco di statua. Accanto alla porta alcune nicchie vuote.
— Qui c’era un grandioso porticato, — dice uno. Non ve n’è più traccia, andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo campo. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell’edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.
Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, solcate da larghe e profonde screpolature, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto travedere l’esterna campagna. Alte e leggere vôlte, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro immensa curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d’arco prolungati e sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all’alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi. Porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall’uscita forzata di un corpo più grande, e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri. Scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come da una mano rabbiosa. E via pei muri fori d’ogni forma, e incavature larghe e profonde, di cui non si scerne la fine, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e traccie di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a codeste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dell’antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, l’erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso pavimenti marmorei, risaluta il cielo e la luce, a lei per tanti secoli e da sì formidabile strato contesi.
Si guarda e si pensa. È tristo, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l’intero edifizio. Quegli avanzi non bastano; sono troppo rotti e sformati. Si segue coll’occhio la curva d’un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d’un andito, e il profilo d’un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, a misura che si disegnano, le linee, e colle linee le proporzioni, e colle proporzioni l’effetto, che sarebbe immenso, dell’assieme. Quegli avanzi son come le note interrotte d’una musica lontana, che s’indovina e non si gusta. — Se ci fosse qualcosa di più, — si pensa; — se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancora quell’atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! che peccato! — E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda; che stizza! la scala è troncata a metà. Si vede l’imboccatura d’un andito: diavolo, dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l’occhio sulle volte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po’ di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l’edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale dal centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l’acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l’occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l’immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? nulla, ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d’aver molto guardato.
E il pensiero s’immerge nel passato.
Animo, rifacciamo queste mura, e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l’Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all’ebbrezza dei piaceri. L’aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillanti di perle. Dall’acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull’orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli; le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie; e s’odon le voci dei poeti che declamano i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell’edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s’incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si mescono in un vocìo confuso tutte le lingue ed in un diffuso splendore tutte le ricchezze del mondo.
Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po’ d’erba selvatica, e silenzio.
Poter rivivere un istante quella vita, o vederla vivere un istante, trasvolando, con un’occhiata, a traverso un velo!
Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll’avviso: — È proibito di fumare. — Invece delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e invece delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria.
Eravamo nell’ultima sala, o campo (chè non v’è più tetto) quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce: — Veni cà.