Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d’un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva all’intorno.
Alcuni soldati vicini a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l’eco gridando dei comandi militari. Più in là v’era una signora con un ufficiale.
Salimmo anche noi dov’era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. È una scala larga e comoda; ma infinita. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l’ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz’altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s’innalzassero a misura che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d’esser saliti tanto. Da quel punto, abbracciando collo sguardo una gran parte dell’edifizio, potevamo formarci un più adeguato concetto della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che mancava il soffitto, si dovette tornare addietro. Si scopriva di là tutta la campagna romana del mezzogiorno; si vedeva il monte Testaccio, i deserti prati del popolo romano, la basilica di San Giovanni Lateranense, e uno sterminato acquedotto.
Si scende, si torna verso l’uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. Ad un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz’erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo; son pezzi di statue. V’hanno delle teste enormi colla fronte e gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere qualcosa; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d’imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d’ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra e disposti con un certo ordine, danno a quel luogo qualcosa dell’aspetto d’un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V’è fra le altre cose, una manina di donna colle dita tronche e un po’ di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami. È singolare: desta quasi un sentimento di pietà.
Uscimmo senza parlare. Tale è l’effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano, tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Tornando in città ci parve d’entrare in un mondo nuovo. Io pensavo alla strana impressione che m’aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi. Ed avevo sempre dinanzi delle figure, antiche, in atteggiamenti allegri ed alteri, e ponendole accanto a quelle rovine, mi sentivo stringere il cuore. E ripetevo quasi macchinalmente tra me: — Tutto è passato!
UN’ADUNANZA POPOLARE NEL COLOSSEO.
Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.
Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come muggito di mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l’altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incanto una parte. Turbe di popolo che tenevan tutta la strada si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell’arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo a mezz’altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialzi del terreno v’era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell’arena v’era un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua superficie di volti e di sì attaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell’anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida si levavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano più bella e più solenne la festa.
Ecco Mattia Montecchi.
Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo ed altissimo evviva.