Aneddoto.
Qualche tempo fa, un giornalista arguto e dotto ha pubblicamente dichiarato di preferire le donne che scrivono bacio con due c a quelle che lo scrivono con un c solo; e quelle che prendono Polonia per un nome di donna, a quell’altre che sanno che la Polonia è un paese.
Leggendo il forbito articolo con cui quel giornalista s’adoperava a dimostrare la ragionevolezza delle sue preferenze, io mi ricordai d’una scenetta seguita a un mio amico, dalla quale mi parve potersi ricavar qualche lume circa la quistione della Polonia e del bacio. È un caso tutto pratico, che forse non gioverà meno d’un ragionamento lungo.
Premetto che quest’amico ha scritto qualche cosa e scrive ancora. Non è un’aquila, come suol dirsi; ma una tal quale attitudine alle lettere si dice che l’abbia; quindi anche un po’ di vanità, la quale, benchè non sia espressa in parole determinate, resulterà, temo, dal complesso del racconto. I lettori gli perdonino, in considerazione della universalità del difetto. Io riferirò le sue stesse parole.
......... Man mano che scrivevo qualche cosa (egli mi disse), ne mandavo dieci o dodici copie a casa. La mia famiglia ne riteneva due o tre, e regalava le altre ai vicini. Un giorno mia madre mi scrisse, fra le altre cose, che mi facessi animo, che continuassi a lavorare con ardore, poichè c’erano delle signore impazienti. Queste signore impazienti, che essendo vicine e amiche di mia madre io avrei potuto conoscere alla mia prima scappata a casa, mi stimolarono potentemente. Non ch’io almanaccassi conquiste o cose simili, neanco per sogno; ma mi lusingava l’idea di destare delle simpatie di lontano, di prepararmi un’accoglienza particolarmente gentile, di arrivare là aspettato, desiderato, che so io? Di tratto in tratto mi scrivevano da casa: Si legge, si legge, ed io andavo in solluchero.
Finalmente venne l’occasione di tornare per qualche giorno in famiglia.
Non dico il fantasticare continuo ch’io feci durante il viaggio. Avevo sempre davanti agli occhi le lettrici. Mi rappresentavo coll’immaginazione l’arrivo, il primo incontro, le voci di sorpresa, le strette di mano prolungate, gli occhi curiosi fissi nei miei a cercarvi l’espressione degli affetti versati nelle scritture, le domande ingenue intorno a questo o a quel particolare, di questo o quel lavoro, il voler sapere come l’uno fu pensato, quando l’altro fu steso, di dove il terzo fu tratto, e mille altre fanciullaggini, che son passate pel capo a tutti coloro che imbrattarono un po’ di carta; e se qualcuno lo nega, mente.
Potrei giurare che la mia non era una vanagloriaccia volgare. C’era dell’ingenuità, e oserei anche dire, della gentilezza. Cercavo, e sentivo in me il bisogno, non tanto d’una soddisfazione d’amor proprio che mi servisse di premio, quanto d’un incoraggiamento, d’un saggio di quello che potessero essere le gioie d’uno scrittore onesto, per trarne stimolo a perseverare nello studio delle lettere e nel culto degli affetti gentili, e nella risoluzione di non iscrivere mai altro che cose utili e buone.
Nella città dove aveva scritto, non m’erano punto mancate soddisfazioni della natura di quelle che andavo a cercare nel vicinato di mia madre; ma non so perchè, mi pareva che queste dovessero essere assai più dolci e più efficaci di quelle; principalmente perchè la mia famiglia ne sarebbe stata testimone, ed io avrei goduto per me e per essa. Insomma, arrivai, e le prime domande che feci in casa furono: