“E le vicine? Chi sono? Dove sono? Cosa fanno? Quando vengono?”
“Le vicine,” mi rispose mia madre, “sono le signore tali e tali. Le troverai tutte insieme questa sera in casa della signora C., qui sotto, al primo piano, alle otto. T’avverto che non sono giovani.”
“Nemmeno una?”
“Nemmeno una.”
Veramente, pensai, sarebbe stato meglio..... Ma che importa, in fondo? La simpatia, l’amicizia, la corrispondenza d’amorosi sensi quale deve correre, in generale, fra chi scrive e chi legge, non ha che fare cogli anni. O piuttosto ci ha che fare pel mio meglio: perchè i libri e gli scrittori non diventano veri, sodi, indivisibili amici che in età riposata, quando le gioie rumorose della vita non sono più per noi, e l’anima si raccoglie in sè stessa.
“Bada.....” soggiunse mia madre, “non ti credere di trovare delle letterate o delle dottoresse. Sono buone signore, ma nulla più che buone. Di letteratura credo che se ne intendano poco.”
Ma che importa anche questo! io dicevo tra me. Meglio: anime ingenue, schiette, non traviate dai libri, senza vernice di rettorica, di affettazione, di sensitività raccattata e falsa: gente che legge col cuore, e che risponde col cuore.
“Nota,” disse ancora mia madre, “che una di queste signore s’è tutta turbata quando le dissi che tu dovevi arrivare, perchè aveva paura che non sapessi parlar altro che italiano.”
Povera signora! io continuai a pensare. Quanto le deve riuscir più grato e più dolce il veder espressi in una lingua a lei mal nota, e che pur desidera di imparare, gli affetti più riposti, i moti più delicati, le immagini più soavi dell’anima sua! Ah! così — ella deve esclamare leggendo — così si dice! Così dirò! Da ora innanzi lo potrò esprimere questo sentimento! Questo bisogno del cuore d’ora innanzi lo potrò significare!
“Ma l’hanno letto tutto, il mio libro, non è vero?” domandai.