“Vorrei credere; me l’hanno detto, mi chiedevano sempre notizie di te, mi pregavano continuamente di scriverti che tu facessi, che tu mandassi; avrebbero voluto che tu scrivessi con dieci penne alla volta.”
Ah! io esclamava in cuor mio, sento che scriverò duecento volumi!
Venne l’ora della visita; erano avvisate, e m’aspettavano. Il marito della signora del primo piano mi venne a prendere. Aspettavo dei complimenti, ma non mi disse che le parole d’uso. Mi fece pietà. A che duro giogo son condannate le donne! dicevo tra me. È impossibile che costui comprenda sua moglie. Era in fatti un vecchiotto con una faccia di citrullo da far cascare le braccia.
“Avrò l’onore” mi disse scendendo le scale “di presentarle le mie due ragazze grandi.”
Arrivammo alla porta, egli suonò, io presi un’aria modesta, ed entrammo.
Era una sala grande, mobiliata con una certa eleganza, e illuminata da tre bei lumi ad olio, posti su tre tavolini ai tre angoli più lontani dalla porta. C’era una quindicina di persone divise in tre crocchi. La padrona di casa, in quel momento, era assente. Il padrone mi condusse al gruppo più vicino e mi presentò alle sue due ragazze, bruttine, che mi salutarono con un certo ritegno.
Si contengono, pensai.
“La signora tale,” soggiunse il padrone indicandomi una signora sulla quarantina, lunga ed asciutta, “è una grande amica della sua signora madre.”
M’inchinai e sedetti.
La signora mi presentò suo figlio, un giovanetto di sedici anni, che mi strinse la mano con un atto vivace, guardandomi fisso.