La padrona di casa me le nominò tutt’e tre, e poi, accennando me a loro, disse:

“Il signor tale.”

Fecero tutt’e tre un cenno col capo.

“Giovane molto.... distinto.”

Altro cenno come prima.

“Che è tanto bravo a far delle composizioni.”

Seguì un istante di silenzio, io stavo là immobile come pietrificato.

“Compone musica?” domandò una delle tre signore con aria noncurante.

“No, no,” riprese la padrona; “compone (e mi volse uno sguardo interrogatore, stropicciando il pollice e l’indice della mano destra, nell’atto di chi fa scorrere del denaro) compone.... delle prose, non è vero?”

Accennai di sì. Le signore parvero poco soddisfatte; la padrona scomparve, io sedetti. Una delle tre statue, forse mossa a compassione dell’imbarazzo che mi si doveva leggere in viso, mi rivolse la parola. Era un’amica di mia madre, una delle lettrici.