Altrove una tirata sulle stufe, sulle marmitte, sui vetri rotti.

E di qualunque cosa parlasse, sempre lo stesso impeto, lo stesso fuoco, come se declamasse una poesia o improvvisasse un’orazione.

Nè queste cure impedivano al Foscolo di studiare. Dopo gli esercizi militari, che spesso Napoleone faceva fare per lunghe e lunghe ore anche colla pioggia dirotta, e specie nei giorni di riposo, mentre i soldati coltivavano gli orti intorno alle baracche, e gli ufficiali ballavano, amoreggiavano o giocavano al biliardo, il Foscolo studiava ardentemente la lingua inglese, incominciava la traduzione dello Sterne, scriveva la stupenda Epistola a Vincenzo Monti; e commosso dallo spettacolo di dugentomila uomini accampati sulla sponda dell’Oceano, meditava la seconda edizione del Montecuccoli e volgea in mente i carmi alteri come il brando che dovevano accender la musa di Silvio Pellico; tanto è vero, come scrisse il Pecchio, che chi sa rinunciare alla bottiglia, alla pipa e alle carte, abbonda sempre di tempo anche in mezzo alle funzioni della guerra. In una parola, il poeta fortificava in lui, anzichè snervare il soldato, e gli dava lena a sopportare con animo invitto i disagi, nonostante ch’egli avesse amato prima ed abbia amato poi la vita molle ed agiata. L’amò poeta, soldato la disprezzò. E certo doveva aver virtù di tal genere, — osservò giustamente uno de’ suoi biografi. — nè altre virtù potevan renderlo così accetto, com’ei fu, ai militari, non punto propensi a concedere la loro ammirazione a chi segue più riposato cammino.

Tale fu la vita militare di Ugo Foscolo.

Da ultimo, per i mutamenti politici e per quelli dell’animo suo, si stancò della carriera delle armi, e deliberò di escirne; ma non l’ottenne senza difficoltà e senza noie. Aspettava una riforma, non venne; chiese le demissioni, non gliele volevano dare; la divisa militare gli pesava; cosa che segue sovente anche ai dì nostri a chi la vestì con troppo ardore e troppe speranze.

«Questa divisa italiana — egli scriveva, — mi pare sì umiliata, sì misera, sì perigliosa, che io darei un paio di scudi a chiunque la portasse, quando io sono alle volte obbligato a portarla.»

E non la vestiva che per far rispettare la sua carrozza dai gabellieri.

Ma non fu colpa sua; a suo tempo ei l’amò, codesta divisa, e la vestì con orgoglio, e con orgoglio scrisse a Gioachino Murat quelle memorabili parole:

«Principe, le lettere sono il primo scopo della mia vita; ma io le ho sempre associate alle armi per dar loro il coraggio e l’esperienza, che distingue i grandi scrittori.»

E ricordino queste parole, e le ripetano sempre tutti i letterati militari presenti e futuri.