«Interponete la vostra autorità, mio generale — egli scriveva — perchè io possa vedere i miei soldati contenti di me come io sono omai divenuto contento di loro. La sala di disciplina è vuota; il servizio, regolare; i tre corpi, concordi, e tutti zelanti per il proprio dovere.»
Ma non era sempre così. Egli aveva ragione di lamentare, fin d’allora, la poca subordinazione in cui vivono naturalmente gl’individui lontani dalle severità dei corpi, ed esigeva che i sott’ufficiali contabili, lontani dai suoi occhi, venissero a presentargli ogni giorno il proprio lavoro. Brontolava anch’egli, fin d’allora, perchè i sott’ufficiali tendevano a violare l’ordinanza dell’uniforme. Deplorava che il vestito dei soldati fosse fatto, anche allora, a casaccio, e che la cintura dei calzoni, in ispecie, non arrivasse al ventre, e che quei benedetti fondi si logorassero in così poco tempo. E si doleva col generale che gli ufficiali comandanti i drappelli lasciassero per la strada gli infermi e si portassero via i cappotti; «cosa non so se contro i regolamenti — soggiungeva — ma certamente contro l’umanità e la prudenza;» anche allora. — Gli toglievano i migliori sergenti; scriveva ai corpi, e i corpi non gli davan retta; voleva chiudere i conti e non gli spedivan le carte; ed egli s’indispettiva, povero Foscolo, e si rodeva, e si sfogava col suo generale: «Sono assai male trattato; lasciatemi almeno il foriere Gilli, unico capace ad aiutarmi nella noiosa, imbrogliata e per me nuova contabilità di tre differenti Depositi.»
Oh povero autore dei Sepolcri!
E a questo s’aggiungevano altri guai. Il vivandiere aveva tre figliuole; queste tre figliuole non adornavan l’amor d’un velo candidissimo, punto punto; ne seguivano gelosie tra i sergenti, risse, duelli; e il povero Foscolo era costretto a consegnare i soldati in quartiere, ad arrestare, ad inquisire, a stendere relazioni su relazioni. I sergenti rubavano sui fogli di prestito; un sergente-maggiore gli scappava, un soldato portava via le catene dai carri d’artiglieria, un altro veniva alle mani coi cittadini, e lì richiami, proteste, scandali. E intanto sopraggiungevano in folla i prigionieri inglesi, e bisognava rafforzare il servizio di guardia, e il numero dei soldati non bastava, e i soldati si lamentavano.
«Ah! mio generale — scriveva allora il Foscolo disperato — confesso che la forza e la pazienza mi cominciano a mancare.»
L’anima del Foscolo, disse giustamente un critico, era lirica; lirica nelle lettere famigliari, lirica negli articoli di giornale, lirica nelle prefazioni, lirica persino nelle postille di commentatore. È vero, e queste sue lettere sono liriche anch’esse, piene di passione, di vigore, di vita.
«Vi raccomando mio fratello — scriveva al vice-presidente della Repubblica italiana. — Egli è colto, coraggioso e bello.» Curioso quel bello, messo lì in fondo a una supplica con quella franchezza; chi ce lo mettesse ora!
«Il solo Bravosi — scrive al generale di divisione — resta fidecommesso nella stanza della rogna; ed il solo Ragazzi, ladro, esce tutti i giorni dalla sua prigione, fra l’immondizia e lo squallore, esempio quotidiano ai malfattori.» È scolpito.
E poi certi passaggi curiosi. Scrivendo a un sergente-maggiore, dopo un’invettiva violenta, conclude solennemente:
«E il cacciatore Gabbetto è creditore vostro di lire 3 per una camicia!»