Una sera fra le altre, trovandomi con un amico mentre passava uno di questi drappelli, gli dissi:

“Osserva in questo momento le faccie della gente che guarda, e dimmi se ne vedi una che abbia una espressione decente. Costui che c’è vicino ride d’una certa foggia di calzoni che aveva un coscritto che gli passò dinanzi. Quest’altro ha mormorato a fior di labbra: — Gli hanno un freddo da cani! — e se n’è andato cacciando il mento sotto il mantello, più contento di sentirsi al caldo dopo aver visto qualcuno che batte i denti. Quell’altro là guarda i coscritti colla stessa aria di curiosità con cui si guardano i condannati condotti al palco. Questo giovanotto che ti sta accanto ha esclamato: — Oh che vita! — Quello lì che hai davanti ha brontolato: — Oh poveri disgraziati! — E tutti gli altri, guardali bene, chi più chi meno hanno la testa chinata da un lato, e il viso atteggiato a quella egoistica pietà che si compiace nel confronto dei dolori altrui colla quiete e col benessere proprio; quella pietà bugiarda e poltrona, che pronuncia la parola trista colla voce allegra, e deplora senza amare; pietà che oscilla fra la compassione e lo scherno, senza la sincerità dell’uno e la sfacciataggine dell’altro; pietà più oltraggiosa del disprezzo. Perchè ciò?”

“Perchè tutta questa gente non capisce il soldato,” mi rispose l’amico; “perchè vedendo passare codesto drappello di coscritti, la maggior parte non considerano altro che la privazione del teatro, della passeggiata e della bettola, e non vanno colla mente più in là della caserma dove ci si diverte poco e si dorme a disagio. Nessuno di costoro, io credo, scorge nel fatto stesso di questa privazione, nel contrasto di questi giovani che cominciano ora una vita di abnegazione e di stento, con tutta l’altra gente che ne comincia una di allegrezza e di festa, nessuno vi scorge l’idea grande e generosa che v’è significata e posta in atto, e che deve impedire la pietà suscitando l’ammirazione. Quando nel soldato non si vede più che una persona gravata di molte fatiche e priva di molti divertimenti, quando non lo si capisce più che come individuo, vuol dire che non lo si capisce più affatto.”

Gli domandai se credeva che fossero molti quelli che non lo capivano più.

“La maggior parte,” egli mi rispose. “Nel nostro paese, siamo oramai pervenuti a quei giorni pronosticati dal Bossuet, in cui gli uomini non hanno più la mente e il cuore ad altra cosa, che agli affari e ai piaceri. Fuori di lì pare che non s’intenda e non si senta più nulla. La morale, il dovere, l’abnegazione, il sagrificio, i principii più sacri del pari che i sentimenti più nobili, sembra che pel generale degli uomini si siano mutati come nei fantasmi d’un sogno, che brillano a brevi istanti nel pensiero, e dileguano. E non è punto da meravigliare quando si pensi che suol accadere dei popoli lo stesso che degli uomini, e specialmente dei giovani. Come un giovane, dopo essersi sciolto (per forza di qualche doloroso disinganno) da una passione violenta contratta con molta speranza di felicità e di fortuna, ricade in un abbandono spossato e tristo, e rinnega tutti gli affetti gentili che quella passione gli aveva suscitati nel cuore, e deride tutti gli alti propositi che gli aveva fatto fermare, e si butta allo scettico, e divien freddo e duro; così il nostro paese dopo quella grande espansione d’entusiasmo, di virtù e di fede che ha fatto quattro anni or sono con esito tanto diverso dalla sua aspettazione, ora è caduto nell’apatia, stanco, incredulo e svogliato. In mezzo a questo desolante spettacolo di fracidi vizi e di virtù frolle, come dice il Giusti, l’esercito è quanto gli rimane di meglio; ma la maggior parte, ripeto, non lo comprende più. E perchè per comprenderlo bisogna aver cuore, e quando non s’ha cuore la mente sola non basta ad afferrare il senso di certe cose; perchè quando dal cuore sono fuggiti certi sentimenti e certe virtù, non si può più capire un’istituzione che appunto da quelle virtù e da quei sentimenti trae la sua vita e la sua forza; perchè quando non s’ha più spirito di abnegazione e di sacrificio non si vede più che cosa importi a uno Stato il possedere una grande scuola in cui quello spirito si fortifichi e s’inspiri. Quindi, si considera l’esercito come un’altra qualunque istituzione, di cui, quando non si toccano i frutti dì per dì, si dice ch’è inutile. Non vi si vede dentro il grande lavoro morale che vi si fa, i caratteri molli che vi si ritemperano, i buoni principii che vi si rassodano, le aspirazioni generose che vi si attingono; tutto questo non dà nell’occhio, non si tocca, non si sente; chi è che va a frugar nell’anima dei quarantamila uomini che ogni anno tornano a casa? Si vedono passar per le strade, uscir di quartiere, girare in piazza d’armi, fare la sentinella, combattere le battaglie finte, finire il servizio, e tornarsene, e tutto è lì; l’esercito non è altro e non significa altro. Qual meraviglia che il coscritto desti un sentimento di pietà in chi vede l’esercito sotto quest’aspetto? È un uomo che va a sgobbare e a soffrire.”

Questo disse il mio amico. Però badate, o lettori: coloro per cui le parole di sacrifizio e di abnegazione non sono che parole, coloro, che a parlargli il linguaggio del cuore sorridono, coloro che tengono la vostra vita per una vita di forzati, in cui non si faccia nulla per impulso spontaneo di virtù e tutto per timor della pena, badate, costoro quando mostrano di pigliare a petto la vostra causa, mentono. Chi vi compiange invece di ammirarvi e di farvi coraggio, è quegli stesso che compiange l’operaio che suda per procacciare il pane ai suoi figliuoli, perchè in lui come in voi non capisce il sacrifizio, e come non lo capisce, così lo suppone un dolore senza conforti, da cui l’anima naturalmente repugni, come dal più duro supplizio. E come lo suppone senza conforti, così non sa rendersi ragione del come e del perchè possano esistere nel cuor vostro de’ sentimenti che ve lo facciano parer leggiero, che ve lo facciano compiere lietamente, e considerarlo come un dovere, e ricordarlo, dopo fatto, come una gloria. Costoro sono quegli stessi che si domandano perchè il soldato Perrier si sia fatto uccidere per salvare la vita al sottotenente Cocatrix; perchè il sottotenente Gabba abbia amato meglio di pigliarsi una palla nel fianco che rispondere al nemico: — Mi arrendo; — perchè Alfredo Cappellini abbia voluto morire quando poteva mettersi in salvo senza venir meno al suo onore. Con che scopo? domandano. Con che scopo!

Ma abbiatelo per fermo: quando non s’ha punta virtù di sacrifizio, quando non s’ha cuore da amare questa virtù per sè stessa, senza scopo e senza perchè; quando si disconoscono questi grandi sentimenti che sono quanto v’è di più eletto e di più rispettabile nell’uomo, allora non c’è più nè magnanimità, nè coraggio, nè forza, e neanche onestà vera e soda. L’uomo non è più onesto se non quanto e finchè gli conviene. Non riconoscendo più altro movente e altra norma alle azioni proprie che l’utile e l’interesse diretto del suo benessere, quando questo cessa come consigliere di onestà, l’istinto brutale sottentra e l’ordine morale è sconvolto.

Ma voi non siete di costoro; voi siete giovani, voi avete lasciato or ora le vostre famiglie e serbate l’anima piena di fede e di affetto, e intraprendete lietamente questa nuova vita faticosa ed austera a cui foste chiamati.

Per ciò a voi si può parlare un linguaggio che altri non capirebbe o volgerebbe in riso; a voi si possono porgere i consigli che il cuore detta e che si rivolgono al cuore; voi non torcete il labbro, per Dio, quando si fa appello ai sentimenti più generosi dell’anima umana.

Anzitutto non bisogna nascondervi la verità. Noi non siamo di coloro che mettono in luce un solo aspetto della vita militare, il migliore. Noi diciamo apertamente ch’essa è dura e penosa. Per aver diritto di porgere dei conforti, convien mostrare di conoscere le ragioni per cui si stimano necessarii. E queste ragioni son molte. Il soldato vive lontano da casa, sacrifica la libertà, ed è sottomesso a una legge inesorabilmente severa. Un accesso di collera, un offuscarsi momentaneo della ragione può esser causa dell’infelicità dell’intera sua vita, lo può perdere per sempre. Bisogna ch’egli rompa bruscamente tutte le abitudini del passato; bisogna che rinunci a molti di que’ piccoli comodi e di quei modesti piaceri d’elezione che ogni altra condizione sociale, per quanto umile, permette. In molte occasioni, bisogna ch’ei ponga a repentaglio la salute e la vita nello stesso modo che altri arrischierebbe al giuoco uno scudo, senza esitazione e senza rammarico. Bisogna che molte volte egli sopporti fatiche tremende, che trascinano l’anima alla disperazione; fatiche a cui egli stesso si meraviglia poi d’aver potuto resistere, come quelle che reputava fermamente superiori alle forze mortali. La fame, la sete che mette il fuoco nelle viscere, deforma il sembiante umano e ottenebra l’intelletto; lo sfinimento che prostra l’uomo a terra come privo di vita; il sole che infiamma il cervello; la caldura che mozza il respiro; la trista solitudine del casotto nelle notti d’inverno, in mezzo al gelo e alla neve; le infermità non credute, che non esentano dalla fatica, e la convertono in un tormento e in un pericolo; le lunghe ore d’immobilità e di silenzio nelle rassegne; la compagnia obbligata di persone invise o sprezzate o ripugnanti; i sonni brevi e interrotti da subite chiamate e dalla necessità improvvisa di fatiche nuove; il cibo qualche volta malsano o scarso o tardo; le mille esigenze della condotta fuori del servizio; le cure minute e tediose della divisa e delle armi; l’isolamento da ogni classe di cittadini in città sconosciute; in qualche luogo e in qualche caso la diffidenza della popolazione, o l’antipatia, o l’ira aperta e l’odio; e mille altre cose.