Ma che perciò? Perchè la vita del soldato trae con sè questi mali, dovremmo noi fare come certi suoi mascherati amici, che dopo averglieli enumerati dal primo all’ultimo, ricominciano dall’ultimo per ritornare al primo? Che amicizia è questa, di aprir la piaga pel solo gusto di vederci dentro, senza spargervi il balsamo risanatore?

Noi diciamo invece al coscritto: — Questi sono i mali che tu avrai da patire, e sono molti e non lievi; ma non disanimarti: intraprendi la tua strada coll’animo armato di coraggio e di costanza, non lasciarti accasciare sui primi passi. Non c’è vita, per quanto dura, che non abbia le sue consolazioni. Di queste te ne verrà una parte dalla natura stessa della vita che tu farai; vita nuova e varia e piena di accidenti impreveduti e strani; vita in cui ai giorni lenti e tristi s’avvicendano molto spesso i giorni allegri e rapidi. Muterai sovente soggiorno e conoscerai molta parte del tuo paese che ora t’è ignoto poco meno che un paese straniero; e vedrai terre e città per te nuove d’aspetto e di costumi, e ti si aprirà la mente a nuove idee, e acquisterai in pochi mesi l’esperienza di varii anni, e molte di quelle cognizioni che nessun tempo ti avrebbe fatto acquistare se tu fossi rimasto a casa tua. Altre consolazioni tu potrai ricavare dalla tua coscienza, purchè tu gliele sappia domandare. Non sorridere; non c’è soldato, per quanto ei comprenda male i suoi doveri, per quanto ei si tenga poco della sua divisa e senta leggermente la dignità del suo carattere, non c’è soldato, anche fra i più svogliati e i più scontenti, il quale in fondo al cuore non celi pure un po’ d’alterezza, un orgoglio indistinto, una tal quale compiacenza d’essere soldato; o se non la sente fin ch’è soldato, la sentirà poi, la sentirà di sicuro. Non sono rari i soldati che maledicono una volta all’ora l’uniforme che vestono e la vita che menano; ma sono certamente rarissimi quelli che, tornati a casa, non si tengono onorati d’aver vestito quell’uniforme e di aver menata quella vita. Non c’è vecchio soldato il quale non comprenda e non senta che quei cinque anni di vita militare gli hanno lasciato in fondo al cuore qualche cosa di buono e di stimabile; qualche cosa che gli conferisce una superiorità incontestata sugli altri; un diritto particolare alla pubblica considerazione. E tu procura di nutrire e di mantenere in te questo sentimento fin da quando ti trovi al servizio. Perchè di una qualità di cui sarai certamente lieto ed altero molto tempo dopo che l’avrai rilasciata, non dovresti essere altero e lieto mentre l’hai? Non è giusto nè utile. Tientene dunque di essere soldato. Se non avrai questo sentimento, le fatiche e le privazioni ti parranno doppiamente penose, perchè ti mancherà l’alimento principale che dà la forza per sostenerle: la soddisfazione di compiere un dovere che onora.

Un altro conforto lo troverai nei tuoi amici. La vita molle, snerva e intisichisce il sentimento dell’amicizia; la vita rigida, lo rafforza e lo dilata. La parola camerata, che propriamente significa amico di caserma, vuol dire assai cose di più che la parola amico, perchè accenna alla natura speciale dell’affetto che fa nascere tra soldato e soldato la comunanza della vita militare. Camerata vuol dire un compagno che ti vuol bene, perchè avete mangiato molto tempo insieme la minestra della stessa marmitta; perchè in marcia avete molte volte dormito l’uno accanto all’altro sui mucchi di pietre della strada; perchè molte volte vi siete portato il rancio l’uno all’altro quand’eravate di guardia, e molte volte vi deste il cambio di sentinella, e vi aiutaste a stringervi il cinturino, e v’imprestaste la giberna per andare alla parata della guardia, e la pipa per passare il meno noiosamente possibile le ore di uscita nei giorni ch’eravate consegnati. Per tutte queste ragioni il camerata è più che un compagno e un amico, è un fratello; anzi, più che un fratello, perchè la comunanza dei pericoli della guerra infonde in questo affetto fraterno un non so che di forte, di solenne e di sacro, che tra fratelli, nella vita ordinaria, manca. E tu vedrai, coscritto, che i tuoi più cari ricordi d’amicizia saranno sempre quelli della caserma; che il viso di cui ricorderai più lungamente la fisonomia sarà quello del tuo vicino di letto; che i motti, gli scherzi, i consigli, gli atti garbati, i servizii amichevoli, le testimonianze e le prove di affetto e di fedeltà che porterai per maggior tempo nel cuore saranno quelli dei tuoi compagni di squadra; che fra i servigi di cui conserverai più viva e durevole la gratitudine sarà quello d’un sorso d’acqua datoti da un camerata in un’ardente giornata di luglio dopo molti chilometri di cammino, una visita ch’egli t’abbia fatto all’ospedale quand’eri malato, o una lira ch’egli ti abbia prestata in una tua occasione di bisogno. Credi, coscritto, a quest’affetto, che è quanto di più bello e di più nobile ha la vita del soldato. È un affetto che non si dimostra colle carezze e colle tenere parole; è un affetto chiuso e ruvido; ma profondo, ma schietto, ma tale che tu ci puoi confidare sempre e con sicurezza intera. Hai tu mai veduto due soldati della stessa compagnia che s’incontrano e si riconoscono dopo molti anni che hanno finito il servizio, quando son tutti e due padri di famiglia, mutati di viso, di panni e di costumi? Se tu gli hai veduti, e se il loro grido di sorpresa, la loro gioia, il subito illuminarsi del loro volto e l’impeto affettuoso con cui si sono gettati l’uno nelle braccia dell’altro non t’ha fatto dire: — Io li invidio — allora tu hai il petto vuoto come un tamburo. Ma no, tu avrai goduto della loro gioia, e sinceramente ammirato l’intima corrispondenza dei loro cuori, e detto a te stesso: — Quando sarò soldato, sarà codesto uno dei miei più cari conforti.


Un altro dei tuoi conforti, sarà la memoria affettuosa della tua famiglia. L’amore della patria e della bandiera non è veramente schietto e gagliardo se non quando germoglia dall’affetto della famiglia, che di tutti gli affetti è l’origine e l’alimento. L’amor di patria non è che l’amore della propria famiglia esteso dalle mura della nostra casa paterna fino ai confini dello Stato di cui siamo cittadini. Lo spirito di abnegazione che ci dà forza per faticare e soffrire, e coraggio per combattere e affrontare la morte in difesa del paese, non è che quello stesso spirito che ci induce a lavorare e a sudare più che non faremmo per noi, quando nostro padre è vecchio e inetto al lavoro; non è che lo spirito che ci fa vegliare le notti al capezzale di nostra madre colpita dal contagio, quando gli amici e i parenti paurosi l’hanno abbandonata; è lo stesso spirito fatto più potente e più ardito. L’amor di patria non è che l’amore d’una vasta parentela ignota; quando questo manca, nessun altro affetto attecchisce e mette radici profonde.

Custoditelo dunque, quest’affetto; mantenetelo vivo ed intero come lo sentiste nell’istante in cui vi siete separati dalla vostra famiglia; preservatelo religiosamente dalle offese del tempo, del mal esempio e dei cattivi costumi; preservate quest’affetto, il quale alla sua volta preserverà voi da molte bassezze, da molte colpe e da molti rimorsi. Non è possibile che un figliuolo sinceramente affettuoso e devoto si macchii mai di una codardia. Il pensare che un tal atto imprime il marchio del disonore sulla fronte di chi gli ha dato la vita, e contrista gli ultimi suoi giorni, basta per sè solo a rattenerlo sulla via del dovere e della virtù in qual più difficile cimento egli si venga a trovare. Il soldato che contamina il suo nome e tradisce la sua bandiera apre nel cuore dei suoi la più terribile ferita che vi possa aprir mano umana. Al contrario, nessun orgoglio è ad un tempo più caro e più legittimo in una famiglia, che quel d’aver dato all’esercito un bravo soldato. E il far sì che la nostra famiglia vada giustamente altera di noi, e aggiunga all’affetto naturale che ci porta il sentimento della gratitudine, è una delle più generose e gentili prove di virtù che possa dar l’uomo sulla terra. Onorate dunque il vostro nome onorando la divisa di cui la patria vi veste, e date ogni giorno un pensiero affettuoso alla casa paterna; dateglielo in mercè di tutte le trepidazioni che destano tra quelle pareti i vostri pericoli, di tutti i voti che si fanno là per la vostra salute, di tutto quel che si soffre, di tutto quel che si teme, di tutto quel che s’invoca per voi.


Questi sono i doveri che avete verso voi stessi. Ascoltate ora quelli che avete verso i vostri superiori e verso la disciplina.

Non date fede a coloro che, lamentando le gravezze della vita militare, distinguono malignamente voi dai vostri capi, per insinuarvi che coteste gravezze ricadono solamente sui soldati, e che man mano che si salgono i gradini della gerarchia, s’alleggerisce quel pesante fardello di doveri e di sacrifizi che voi portate tutto intero. Non date fede a costoro.

Persuadendovi che i carichi e i compensi sono ingiustamente ripartiti, essi mirano a scoraggirvi, perchè dallo scoraggiamento nasca il mal volere, e da questo l’indisciplina. Essi vi dicono una menzogna. Ascendendo di grado in grado, i carichi mutano di natura, non scemano; il peso passa dalle spalle sul capo; ma resta, e si rende forse più grave. I vostri capi, quanto più stanno in alto, tanto faticano meno della persona; ma tanto più hanno faticato per l’addietro. Voi siete giovani, essi sono molto innanzi cogli anni. Voi siete legati a codesta vita di sacrifizio per cinque anni; essi fino alla vecchiaia; molti fino alla morte. Voi menate codesta dura vita nel fiore della vostra giovinezza, in cui la salute rigogliosa, il sentimento d’un avvenire lungo e indeterminato, e le illusioni proprie della vostra età vi danno animo e vigore a sopportare lietamente le fatiche e le privazioni; in voi, ad ogni levar di sole, si ritempra di nuova forza il coraggio e di nuova letizia la speranza. Ma essi, i vostri capi, menano la vita militare in un’età avanzata, in cui l’entusiasmo giovanile, che ogni cosa avviva e abbellisce, essendo svanito in tutto od in parte, le privazioni e le fatiche, benchè per sè stesse men gravi delle vostre, riescono nullameno ad un effetto eguale, se non maggiore. Le umiliazioni che toccano a voi, i castighi che a voi s’infliggono hanno l’aspetto di essere più penosi e severi, e materialmente lo sono; ma riescono in fondo meno amari di quelli de’ vostri superiori, in cui l’età e il grado stesso raffinano la suscettibilità dell’amor proprio e rendono più duro l’orgoglio. Voi siete sotto gli occhi dei vostri superiori; essi sono sotto gli occhi di altri superiori, sotto i vostri e sotto quei del paese. La vostra responsabilità è ristretta nella cerchia del vostro buon volere, e l’assumete e la smettete in un con lo zaino e col cappotto; i vostri capi l’hanno sempre, l’hanno in momenti terribili, l’hanno tale che alle volte ella schiaccia le anime più grandi e spezza le fibre più vigorose. Voi colpisce qualche volta il castigo immeritato di un superiore violento; essi subiscono non di rado la sentenza ingiusta e la collera cieca d’un popolo e d’un’età, vittime espiatorie degli errori di molti. No, non è ingiusta la ripartizione dei carichi; credetelo, molti dei vostri capi v’invidiano spesso gli esercizi di punizione e la cella; molti vorrebbero talvolta mutare nella faticosa agitazione della vostra umile vita quella loro quiete stanca e pensosa, a cui dan nome di riposo gl’inesperti, e d’ozio i maligni.