“E per cosa?”
“Vigliaccheria.”
“Oh sentite!” esclamò essa vivamente dopo un istante di riflessione; “potete dir quel che volete, ma è orribile!”
“Oh sentite voi!” rispose anche più vivamente il dottore: “io vi posso assicurare che quello che c’è di più orribile in questa tragedia non è quello che voi vedrete, è quello che ho veduto io!”
Dopo un istante ripigliò:
“Voi, signora, conoscete la mia vita; ho i miei anni e ho avuto le mie disgrazie; ho perso madre, padre, fratelli, da giovane; ho dovuto mandar giù dei bocconi amari anco nel corso della mia vita di medico militare; m’è toccato di quei momenti che, a non credere in qualche cosa dopo la morte, c’è da fare uno sproposito. Poi il dolore d’esser preso prigioniero, di leggere sul viso dei nemici che il nostro esercito era stato battuto, e le altre disgrazie che dopo cascarono addosso al paese; furon tutte trafitture di cuore, come vi potete immaginare, terribili. Eppure, vedete, mi paion tutte cose da nulla in confronto di ciò che ho provato alla vista di quello spettacolo deplorabile, di cui i due sciagurati di stamani non furono che un piccolo episodio: il 3º battaglione del mio reggimento che si sbandava alle prime fucilate, come un branco di briganti! Son passati parecchi mesi, ho avuto d’allora in poi delle emozioni vive, anche durante la mia prigionia; poi il piacere d’esser liberato, di tornare in patria, di rivedere il mio reggimento, i miei amici; eppure l’impressione avuta quel giorno mi è rimasta viva nell’anima come se fosse d’ieri, quello spettacolo l’ho sempre davanti agli occhi, sento quelle voci, vedo quella gente, ci penso, la sogno, e c’è dei momenti che mi si schianta il cuore e che nasconderei il viso dalla vergogna.”
“Oh... poi!” disse la signora.
“Sì! sì!” l’interruppe il dottore, “e così fosse più generale questo sentimento, cara mia! Quando la vergogna di molti, appunto perchè è di molti, non è più sentita da nessuno, pessimo segno. Per me una delle prime qualità d’un esercito, a voi parrà strano, ma io lo credo sul serio, è il pudore. Quando s’è stati vinti, bisogna sentirsi bruciar la fronte e soffrire; chi cerca scuse e conforti, è già mezzo battuto per un’altra volta.”
“Capisco; ma come mai quel battaglione s’è portato male e gli altri no? Io credevo che fossero tutti gli stessi i soldati.”
“Che volete?” rispose il dottore, pigliando una mano del ragazzo più piccolo, che tenne poi lungamente fra le sue; “bisogna dire che quello fosse un battaglione segnato da Dio. Già io n’avevo avuto un cattivo presentimento fino dal principio della battaglia. Quando seppi che appunto quel battaglione lì era stato scelto, fra tanti altri, a esplorare una collina sulla sinistra del nemico, che vuol dire avventurarsi a un combattimento improvviso, contro forze sconosciute, senza sostegno, e forse a molta distanza dal resto del reggimento, non so perchè, tremai. Lo vidi passando, quel battaglione, mentre aspettava l’ordine di andare innanzi, fermo in un campo, mezzo nascosto fra gli alberi. Guardai bene in faccia quei soldati... non mi piacquero. In lontananza si sentiva un fuoco di fucili fitto; di tratto in tratto qualche palla fischiava più da vicino, e ad ogni fischio quei soldati si guardavano e ridevano; ma.... dopo essersi molto guardati. C’eran dei visi bianchi come un panno lavato che volevano ridere e non mostravano che i denti. Canterellavano, scherzavano, tutte cose forzate. — Va male — dissi tra me, e tirai di lungo. Ripassai di là poco dopo: il battaglione se n’era andato, ma avea lasciato delle brutte traccie: vidi tre o quattro fucili e tre o quattro zaini sparsi fra l’erba; qualche soldato, profittando del granturco alto, se l’era battuta. Guardai un po’ intorno, non vidi nessuno, seguitai la mia strada. Pratico dei luoghi, presi a traverso i campi, salii sopra un’altura, scesi fino a mezza la china opposta e mi trovai di fronte a una collina, sulla quale cominciavano a salire, adagio adagio, i cacciatori del battaglione. La valle era strettissima, in modo ch’io vedevo distintamente ogni cosa dal lato opposto. La china era tutta coperta di granturco, sulla cima c’era un bosco. Pareva che nel bosco non ci fosse nessuno. Dietro i cacciatori saliva il battaglione, già mezzo scompigliato; a poco a poco furon tutti lassù e sparirono fra gli alberi. La collina e la valle rimasero deserte e silenziose; non si sentiva che l’eco del cannone lontano. Però, a guardar bene, mi pareva che qua e là tra il granturco si movesse qualcosa; tratto tratto travedo un luccichìo, come di canne di fucili; osservato meglio, sospettai che fossero soldati rimasti indietro, che scappavano. Nel punto ch’io mi movevo per andare a vedere, sentii dalla parte del bosco prima il rumore di poche fucilate, poi un rumore più fitto, poi uno strepito vivissimo di colpi. — Ci siamo! dissi; si sono incontrati. — Ma di lì a poco mi parve che il rumore, invece d’allontanarsi, come speravo, s’avvicinasse: tesi l’orecchio, si avvicinava davvero; alzai gli occhi, e vidi comparire in cima alla collina alcuni soldati, che correvano, e poi altri e altri ancora, il battaglione intero, affollato e disordinato, senza il maggiore. Il sangue mi diede un tuffo così forte che credetti di mancare; poi mi prese un freddo che m’agghiacciò, e guardai instupidito. Il battaglione scendeva la china di corsa, urlando e sparpagliandosi, buttando via zaini e berretti, che pareva gli si fosse scatenato alle spalle l’inferno. Qualcuno si fermava di tanto in tanto e si voltava indietro a sparare; i più venivan giù a precipizio col capo basso e le braccia aperte, inciampando, cadendo, rialzandosi per precipitarsi di nuovo, come forsennati; altri, feriti, barcollavano qua e là, o si rotolavano per le terre, gettando acute grida. Molti ufficiali e sergenti, ed anco soldati semplici, a quando a quando si fermavano, cercavano di trattenere gli altri, e gridavano: — Fermi! Non è nulla! Fronte al nemico! Fuoco! Non sono che un battaglione come noi! — Inutile; la fuga era irresistibile da tutte le parti. Quelli che avrebbero voluto resistere si picchiavano la fronte, si mordevano le mani, minacciavano, si scambiavano, come si poteva in quella confusione, ordini, consigli, cenni; finchè riuscirono a riunirsi in un drappello di cinquanta o sessanta. Allora presero la china di traverso, e correndo disperatamente, arrivarono tutti insieme dinanzi a un ponte che cavalcava il rio nella valle, prima che ci arrivasse il grosso dei fuggiaschi. Là si schierarono a traverso la strada, soldati e ufficiali alla rinfusa, stretti, in atteggiamento di difesa, risoluti a impedire il passaggio. Dopo pochi momenti arrivò la turba dei soldati, pallidi, senza fiato, col viso travolto, la più parte a capo scoperto, senz’armi. Arrivarono e si videro dinanzi quella schiera, tutta irta di sciabole, baionette, pistole; titubarono un istante, poi, mossi dal terrore che gl’incalzava alle spalle, gridarono tutti insieme: — Largo! — Fronte al nemico! — rispose dall’altra parte una voce risoluta. Piovvero in quel punto, dall’alto della collina, le prime palle nemiche; allora quello sciame di miserabili di scagliò sul piccolo gruppo dei valorosi; partirono alcuni colpi dalle due parti, caddero dei feriti; ne seguì un parapiglia senza nome. Gli ufficiali e i soldati fermi, afferravano gli altri per le braccia e pel collo, li scrollavano, li voltavano indietro a forza; quelli si divincolavano; si buttavano in terra, scivolavano a destra, a sinistra, fra le siepi, pei solchi, col ventre a terra. Era una lotta a urtoni, a pugni, a piattonate. Da un lato si sentiva gridare con voce rabbiosa: — Largo! — Dall’altro un grido terribile: — Vigliacchi! — Qualche voce supplicava: — Salvate l’onore! Coraggio, figliuoli! Siamo ancora in tempo! — Fu tutto invano; i fuggiaschi, colla forza del numero e l’impeto della paura, ruppero quella barriera di petti intrepidi e si precipitarono al di là del ponte, lasciando solo il piccolo drappello a far fronte al nemico che già era a mezzo della china. Rifiniti dalla corsa, si ricoverarono in una casa poco lontana, dove c’erano già dei feriti; io sopraggiunsi in quel punto. Arrivarono poi i pochi ufficiali e soldati che aveano fatto un’ultima resistenza e lasciati sul terreno parecchi morti; appena arrivati tentarono disporre gli altri a difesa; vano tentativo anche questo: quella gente non aveva più goccia di sangue nelle vene, nè sentimento di vergogna, nè aspetto umano. Si sparpagliarono per le scale, s’arrampicarono sui tetti, si rifugiarono nelle cantine, serrando a furia porte e finestre; ci riuscì a stento a far trasportare in una stanza tre quattro dei feriti più gravi, uno col viso fatto in due dalla sciabola d’un ufficiale, gli altri feriti di palla nella schiena. Stavo prestando loro le prime cure, quando a un tratto scoppiò un fracasso più forte, uno sbatter più furioso di porte e correr di qua e di là, urlando a squarciagola. Era una compagnia di nemici, sbucata non si sa di dove, che s’avvicinava di corsa alla fattoria. Si sarebbe potuto resistere; non si sentirono che poche fucilate, i più precipitarono nel cortile per arrendersi. Entrarono infuriando i nemici, i nostri soldati buttarono i fucili in terra, gridando: — Prigionieri! Pace! — Quelli, non potendo credere a tanta codardia, sospettando un inganno, gli si scagliarono addosso lo stesso, e cominciarono a picchiarli coi calci dei fucili. Alcuni di quei vigliacchi si buttarono in ginocchio; uno, che fu poi riconosciuto, implorò la pietà d’un ufficiale nemico, dicendogli: — Io sono per voi! — E allora giù quel berretto! — gli rispose l’ufficiale, dandogli un ceffone che gli buttò il berretto in terra. Altri si presentarono ad altri ufficiali dicendo: — Noi non ci siamo battuti. — Qualche bell’esempio si vide: due ufficiali si fecero uccidere, uno ferire mortalmente, alcuni soldati opposero una resistenza accanita nell’interno della casa. Finalmente si arresero tutti, e quando i prigionieri ed io fra questi sfilammo dinanzi alla compagnia nemica, il capitano, avvicinatosi ad uno dei nostri ufficiali, gli disse in cattivo italiano, con un accento di compassione che mi suonerà nell’orecchio finchè io viva: — Signor ufficiale, lasciatevelo dire, voi vi siete battuto bene, e tra i vostri soldati ce n’è dei bravi, ma ci sono anche dei gran poltroni! — L’ufficiale diventò pallido, tremò per tutta la persona come preso dalla febbre e poi, voltandosi verso un gruppo dei soldati che s’erano portati peggio, urlò con una voce lunga e selvaggia che ci fece compassione ed orrore: — Ah!... infami!”