La signora si coperse il viso colle mani.
“S’eran portati da vigliacchi, furono trattati da vigliacchi. I nemici li misero due a due, con una fila di cavalleggieri per parte, e avanti, a traverso i campi, a passo dei cavalli, e chi si lamentava, sciabolate sulla schiena, il cavallo addosso, e improperii. Il drappello entrò sul far della notte nella città di ***, in che stato, se lo figuri. Ebbene, nelle vie di quella povera città, che era pur nostra, in mezzo a quei poveri cittadini che già sapevano come fosse finita la battaglia, e venivano incontro ai prigionieri col cuore straziato e gli occhi rossi di pianto; in quelle vie, questi miserabili commisero l’ultima, la più vergognosa e la più laida delle loro viltà. Ridotti com’erano, in mano dei vincitori, spossati, laceri, col viso livido dalle percosse, col marchio dell’infamia sopra la fronte, questi svergognati... cantarono!”
La madre e i ragazzi fecero un segno d’orrore.
“Cantarono!” proseguì il dottore; “forse per la gioia d’essersi liberati dai pericoli avvenire della guerra, forse per far vedere che a loro importava poco d’essere stati battuti, fors’anche per amicarsi i nemici. I nemici sorridevano di disprezzo, i cittadini si voltavano indietro indignati, gli ufficiali prigionieri si coprivano il viso. Un d’essi, non potendo più reggere, si presentò al comandante la scorta e lo pregò, in nome della fratellanza di tutti gli eserciti, che li facesse tacere lui. Tutto, — gli disse, — noi siamo disposti a sopportare, fuorchè questo strazio; se non volete liberarcene voi, dateci almeno le nostre sciabole, che si possa sfracellar la testa a qualcuno. — Il comandante ordinò ai suoi soldati che imponessero silenzio; venne giù una tempesta di piattonate, e i prigionieri tacquero. Quella sera fummo divisi, ed io non li vidi più. Ma a me, agli ufficiali, ai pochi soldati che si batterono, rimasero nella mente le fisonomie e i nomi dei più vigliacchi; ci accordammo per riferire ogni cosa appena tornati al reggimento, e far dare un esempio solenne; si tenne la parola; dieci furono già fucilati; ne restano altri due, che vedrete; noi abbiamo fatto il nostro dovere, non ho avuto mai la coscienza più tranquilla.”
La signora appoggiò la testa sopra una mano e mormorò quasi macchinalmente, cogli occhi fissi: “Ma è la morte... dottore!”
“Sempre così!” esclamò questi balzando in piedi con impeto e cominciando a passeggiare per la stanza; “siamo sempre gli stessi! Finchè si tratta di dire: — combattere per la patria, avanti, coraggio morire, — sta bene; ma quando poi si tratta di restare al proprio posto per morire davvero, allora pare che non ci abbia da essere obbligato se non chi ha il coraggio naturale di starci; per gli altri è un affare di temperamento; chi non può, pazienza, non siamo tutti eroi. Così, fin che si tratta di scagliarsi contro i vigliacchi in prosa e in poesia, gridando all’infamia, alle anime abbiette, alla patria disonorata, con tutte l’altre parole, tutti ci stanno; quando poi ve ne conducono dinanzi uno, allora patria, valore, onore, bandiera son tutte bolle di sapone che si sciolgono, e non resta che il sentimento dell’umanità. Signora! voi non vedete che un uomo che deve morire, solo, là in mezzo a un campo, con una croce in mano e gli occhi rivolti al cielo; e vivaddio! ho viscere d’uomo io pure, e quello spettacolo fa male anche a me. Ma non è a codesto moribondo che voi dovete fermarvi col pensiero; voi dovete vedere codest’uomo stesso nascosto in un fosso o dietro una siepe, col viso a terra, tremante, mentre cento passi più innanzi vi sono i suoi compagni che offrono il petto alle palle, e invece di slanciarsi innanzi e di vincere, debbono star fermi e morire, perchè i vili hanno diradato le file. Dovete immaginarvi codest’uomo quando dice: — I miei compagni saranno uccisi, non importa; la mia bandiera sarà vituperata, non importa; io sono un vigliacco, non importa; mi sputeranno in viso, non importa; ma vivo! — dovete immaginarvelo così, per sentire che codest’uomo deve sparire dal mondo, che lo fareste sparir voi colle vostre mani, che la sua vita è un insulto ai morti. Per carità, signora! Questa pietà è fatale! Dietro a ogni vigliacco rimasto in piedi, c’è un mucchio di valorosi sacrificati. Credetelo; bisogna essere inesorabili; dobbiamo far capire a questa gente senz’anima e senza cuore, che sopra un campo di battaglia c’è qualcosa di più prezioso a conservare che queste quattr’ossa che ci fanno commettere tante bassezze; bisogna farle capire che quando la patria ha bisogno di sangue, dobbiamo darglielo, e che chi non lo vuol versar sul campo, in mezzo agli altri, lo dovrà versare solo, in una piazza d’armi, inevitabilmente; bisogna tagliare la parte fradicia, signora! Siamo ancora in tempo; guai se ci trema la mano; a una nuova occasione saremmo schiacciati e svergognati per sempre! Dio non voglia....”
Qui s’interruppe, stette un po’ silenzioso, guardò l’orologio e soggiunse a bassa voce, con grandissima calma: “Ditemi piuttosto, signora, che questo non è il momento di proferire parole d’ira e di disprezzo; è meglio tacere e pensare.”
La signora si sentì correre un brivido per l’ossa.
I due ragazzi si slanciarono verso la finestra.
“No! Qui subito! Non voglio....” gridò con accento imperioso la madre, balzando in piedi.